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27/11/20 ore

POESÌ di Rino Mele. Il muro



Sono 54 versi, appena scritti per "Agenzia". Tra gli altri temi, parlo della nostra più grande e liberatrice risorsa che è il linguaggio, ma lo stesso linguaggio si riconduce e consuma in altro che lo supera vanificandolo. Mi piace citare l'assioma del quarto libro dell'Ethica di Spinoza (1677): "Nessuna cosa singolare è data nella natura, senza che ne sia data un'altra più potente e più forte (...) dalla quale quella data può essere distrutta", a qua illa data potest destrui.

 

 

 

 

Rino Mele

 

 

Il muro

 

Nessun animale può conoscere il proprio volto. Per figurarcelo

parliamo,

e la voce rassicura che davvero ci siamo. Come i bambini,

che gridano

contro un muro per sentire l'eco tornare: contrastiamo

con gli altri, noi - come loro - muri

contro cui giocare.

Disorientati, costretti al linguaggio che non sa dire il nostro pianto

o il piacere

che proviamo ripetendo il gesto dimenticato. Cerchiamo la madre

morta,

sepolta, con lei formiamo una "T" capovolta, lei fredda come la soglia,

la rena calpestata

cercando la sua immagine disperata, che continuiamo a perdere,

e inutilmente invocare.

Ne ripetiamo

il nome, iniziamo una danza con l'ombra, per ritrovarla

in quel dolore.

C'è un vuoto ostile negli innumerevoli corpi

che evitiamo, contro cui urtiamo, senza volto, muri sempre nuovi

con illusorie

porte disegnate. Spezzati

tra il sonno dolce e l'incrudelire

delle colpe.

Quando il vento stringe, s'incurva e, distendendosi urla, allora

appare

sul tetto di una casa lontana, una barca, una piccola giraffa,

un cane,

la donna che sta ad aspettare.

Un corpo

è travolto dal fiume, tutti si fermano a guardare. Lontane

le urla

cui lo inchiodano le onde, il tribunale è chiuso, la prigione

divelta,

la colonia penale è un campo vuoto coi solchi, come canali,

che aspettano d'asciugare.

Rimane

la colpa dei poveri,

sulle due rive,

il silenzio e gli occhi sbarrati del morto.

Nella piazza dov'è stato portato, illividito s'alza, s'allontana

in più direzioni,

mentre i fanciulli saltano nei giochi di vertigine, gridano

ingiurie al vento.

Le parole

sono tutto quello che abbiamo, i corpi un delirio che presto

scompare: dico "leone"

ma sento che niente di quel vano suono può restare.

Oltre la voce appena pensata,

non sappiamo come quel dolore si possa dire.

Ripeto ancora

"leone" e già non so

quello che dico: nel buio sprofonda, gli parlo come a mio padre

e, come mio padre, lo perdo nell'abisso che s’apre.

 

_________________________________________ 

 

 

Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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