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14/10/19 ore

Il Sindaco del rione Sanità, di Mario Martone


  • Giovanna D'Arbitrio

Il Sindaco del rione Sanità, di Mario Martone, tratto dall'omonima commedia di Eduardo De Filippo, presentato alla Mostra cinematografica di Venezia 2019, ha ottenuto in premio il Leoncino d'oro.

 

Ambientato nella periferia di Napoli, il film inizia con due episodi: due amici malavitosi, 'O Nait (Armando De Giulio ) e 'O Palummiello (Ralph P) ingaggiano una sparatoria, mentre la moglie di Don Antonio è aggredita da un dobermann. ‘O Nait è ferito e viene curato dal medico di Antonio Barracano, detto “il Sindaco”, uomo temuto e rispettato nel rione Sanità, che compone liti e amministra la giustizia con i suoi particolari metodi.

 

Don Antonio punisce i due ragazzi considerandoli entrambi colpevoli, assolve il dobermann e poi riceve altre persone che chiedono il suo giudizio, come Vicienzo ‘O Cuozzo (Giuseppe Gaudino) che deve pagare una cambiale all’usuraio Pasquale ‘O Nasone (Gennaro Di Colandrea) e, in particolare, si occupa del caso di Rafiluccio Santaniello (Salvatore Presutto) che vuole uccidere il padre Arturo (Massimiliano Gallo), ricco panettiere, poiché e stato da lui diseredato e cacciato di casa dopo la morte della madre. Barracano sente anche la versione del padre e poi invita i due a riconciliarsi, ma Rafiluccio non rinuncia a commettere il parricidio. Barracano decide allora di recarsi da Arturo per avvertirlo dei propositi del figlio, ma l'uomo lo accoltella credendo che egli stia per ammazzarlo. 

 

Il dottore Fabio Della Ragione (Roberto De Francesco) comprende che la ferita è mortale, ma il Sindaco rifiuta le sue cure e nasconde l’accaduto per non scatenare vendette e faide, anzi organizza una cena per mettere pace. Così Rafiluccio rinuncia a commettere un omicidio e accetta una somma di denaro, convinto da don Antonio che sia un dono del padre. Infine mentre tutti cenano, all’improvviso il dottore annuncia la morte di don Antonio Barracano, ma disobbedendo alle sue ultime volontà, racconta tutta la verità.

 

Più volte rappresentata a teatro la commedia di Eduardo De Filippo, ebbe anche due versioni  tele-teatrali dirette e interpretate dallo stesso De Filippo (trasmesse dalla Rai nel 1964 e nel 1979) e in seguito, nel 1996, dopo la morte di Eduardo, apparve sugli schermi il film Il sindaco con Anthony Quinn nelle vesti di Don Antonio. 

 

In verità Martone, pur rispettando nel complesso l’opera di De Filippo, ne dà una lettura più moderna e dinamica, meno teatrale e legata al passato, offrendo un’immagine della criminalità “alla Gomorra” nel tipo di violenza, linguaggio e abbigliamento. Non a caso Don Antonio nel film ha 38 anni, non 75 come nella commedia, in cui predomina un tono meno violento, più filosofeggiante, tipico del grande Eduardo.

 

Fin dall’inizio il personaggio suscitò discussioni, ma Eduardo stesso ne chiarì il significato affermando che il sindaco non era un "padrino", ma un uomo che avendo vissuto sulla propria pelle l'ingiustizia, cerca di far rispettare la giustizia a modo suo, distinguendo tra “gente per bene e gente carogna” e difendendo i poveracci, poiché “chi tiene santi va in Paradiso e chi non ne tiene va da Don Antonio”. Essenziale nella commedia di De Filippo risulta, pertanto, la scena in cui Don Antonio racconta come fosse nato in lui il desiderio di amministrare la giustizia nella Sanità per evitare l’uso della violenza, come era successo a lui da giovane, quando era un misero pastore di capre e un giorno era stato massacrato di botte da un guardiano da lui poi ucciso per vendetta.

 

M. Martone è senz’altro un bravo regista, ma il paragone con il grande Edoardo e gli interpreti di un tempo è in verità molto condizionante, in particolare per coloro che hanno avuto la fortuna di godere delle versioni teatrali del passato.

 

Ecco un’intervista al regista. (da Rai news)

 

 


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