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18/12/17 ore

Gilles Jacob, da 38 anni alla guida del Festival di Cannes, si racconta ad Agenzia Radicale



intervista di Vincenzo Basile

 

Non c’è nessun ghiaccio da rompere incontrando Gilles Jacob, il nume tutelare del Festival di Cannes, colui che lo gestisce da quasi 40 anni e che ha sicuramente visto cose che noi umani… è un gentlemen di una tale affabilità che il problema non si pone.

 

GJ: Dato che lei rappresenta a Cannes il cinema ungherese vorrei subito rendere omaggio a due formidabili giornalisti che negli anni 70 e 80 lo hanno raccontato, con una intelligenza, una delicatezza e una conoscenza quasi unica al mondo: Istvan Dosai e Claire Clouzot.

 

Era il periodo in cui andavo tutti gli anni a Budapest a vedere i film dei grandi registi che lei naturalmente conosce e che hanno fatto tutta la storia di quel cinema. Quello fu un gran bel periodo. C’era ovviamente Jancso ma ce n’erano comunque molti altri: Gal, Ferenc Kosa, quello dei Mille Soli e altri. Se si ripercorre la storia del festival di Cannes troverà che ogni anno avevamo un film in concorso o anche due, e questo fu dovuto ovviamente sia al talento dei registi che all’apporto di quei due giornalisti che erano anche delle persone meravigliose. Mi ricordo adesso che avevano un cane che si chiamava Mochi-Mochi, che in giapponese vuol dire ciao

 

VB: In questi ultimi cinque anni, nei festival maggiori, hanno sempre vinto almeno un premio importante, l’Oscar di quest’anno è solo il più clamoroso.

 

GJ: Dico questo perché ho l’impressione che il governo ungherese, che ha sicuramente anche altri problemi, non fa abbastanza per promuovere i cineasti.  Se consideriamo la Romania, per esempio, c’è una nuova onda che corrisponde a quella dell’Ungheria degli anni 80. Dunque esorto il grande ministro della cultura ungherese a aiutare i giovani registi. Lo pubblichi sul suo giornale e precisi: “Firmato Gilles Jacob da 38 anni al Festival di Cannes”. Il cinema non si fa per guadagnare soldi ma per rappresentare l’immagine dell’Ungheria al mondo intero, e questo è un compito molto importante.

 

VB: Lei ha dichiarato che, ai suoi esordi, il festival fu un evento sociale, poi diventò il festival dei registi, poi ancora dei produttori, quindi delle star e infine oggi è un evento mediatico. Considera positiva questa, chiamiamola, evoluzione?

 

GJ: È positivo perché negli anni 70 abbiamo conquistato la nostra indipendenza diplomatica, poi quella professionale, quando ci siamo liberati dalle pressioni di produttori  che volevano imporre i loro film, poi quella artistica e adesso finalmente quella finanziaria. 

 

Quando sono arrivato avevamo il 98 % di fondi pubblici e io, già allora, dissi che non sarebbe durato. 

Guardando l’esito delle cose ho avuto ragione. Dunque nel tempo ho costruito tre pilastri differenti a cui riferirmi: le televisioni, il mercato dei film e i partner che ci danno le risorse attraverso le quali il festival può guadagnarsi la sua indipendenza finanziaria. Adesso siamo  fifty-fifty, 50 % per il pubblico e 50 % per il privato. Dunque Arte e Commercio sono sullo stesso piano.  Ma proprio per questo bisogna fare molto di più per la cultura affinché la cultura continui a esistere. Altrimenti verremo mangiati dai Gioielli e dalla Moda e il tapis rouge diventerà un defilé di vestiti e questo ovviamente non va bene. Ogni tanto deve esserci un De Oliveira, un Tarkowsky, o un Fellini, Bertolucci, Bergman, insomma un grande.

 

VB: A proposito di Grandi, come spiega l'assenza oggi di un Fernandel o di un Mastroianni o un di una Jeanne Moreau?

 

GJ: Ogni generazione ha i suoi grandi attori,in Francia abbiamo avuto Jean Gabin, Belmondo, Depardieu; Ogni dieci anni ci sono nuove affermazioni. Oggi direi che Tom Hanks e’ un grande attore. In questo momento non vedo i nuovi Fellini anche se vedo dei nuovi registi. Ne verranno, certo ma bisogna attendere un po’.

 

Prendiamo la Spagna. In tutta la storia del cinema spagnolo abbiamo avuto Bunuel per trent’anni, poi Saura, adesso Almodovar e questi hanno rappresentato l’anima di un paese ed e’ bene che una persona incarni l’anima di un paese. In Italia c’è stato un periodo in cui c’erano quindici geni contemporaneamente, dagli anni sessanta agli 80. Oggi c’è Nanni Moretti, Bellocchio, forse ancora uno o due e basta; dipende dai momenti ma c’è sempre qualcosa che accade nel mondo. Per esempio in questo momento avvengono delle cose in Corea, in Romania, in Israele, in Africa del Sud, in Australia.

Bisogna essere vigilanti e avere dei buoni binocoli per guardare lontano e cercare di indovinare chi sta per arrivare e, a quel punto, coglierlo.

 

VB: Come è cambiato il giornalismo cinematografico, dal vostro arrivo al festival?

 

GJ: Il primo grande cambiamento è stato l’arrivo di internet e la diminuzione della stampa scritta in rapporto alla crescita di internet. I giornalisti della carta stampata hanno fatto un errore psicologico grave. Non hanno voluto scrivere sul web perché non erano pagati per farlo. Alcuni giornali hanno cominciato a pagarli meno ma poi dopo hanno preso dei giovani disponibili a scrivere gratis. Per cui è successo adesso che nello stesso quotidiano il giornalista che scrive afferma che il film di Linch è ottimo mentre un altro, sul sito online dello stesso giornale, dice che e‘ pessimo. A quel punto il lettore non comprende più e si crea un'enorme confusione nella sua testa. La professione e' pertanto in piena evoluzione.

 

Bisogna attendere. O Internet arriva come il New York Times a guadagnare tanti soldi e a equilibrare il cartaceo con il digitale e allora tutto si rimette a posto, oppure una delle due piattaforme perirà.

È un fenomeno certamente interessante da osservare per un sociologo, ma per la professione di giornalista, all’interno della quale ci sono delle gerarchie terribili (badge bianco, rosso, giallo, non si capisce più niente) ormai c’e’ una frustrazione terribile e inestricabile, perché se non avete il badge giusto non entrate più in sala .

 

Dunque tutto ciò non rappresenta più un progresso ma si tratta piuttosto di un evoluzione storica.

 

 

 VB: Qual'è la sua posizione rispetto alla polemica di qualche giorno fa, a proposito della proiezione di due film che non andranno nelle sale in quanto prodotti e commercializzati da Netflix?Ci sarà una reazione dei registi ma soprattutto dei distributori, contro questa inflazione? Sopravviverà il fascino della sala o sarà inghiottito dai piccoli schermi dei telefonini?

 

GJ: come sa c’è una tale quantità di soldi in questi grandi gruppi mondiali come Amazon, Netflix, Google che è impossibile contenerli.

 

Per quanto riguarda il Festival il nostro consiglio di Amministrazione decidera’ se accettare che i film Netflix siano inclusi in competizione o no. Secondo me non possono essere accettati a meno che siano confinati in una piccola sala. In quel caso perché no? Ma Netflix non si accontenterà mai di una piccola sala … vedremo, sarà interessante.

 

VB: In quanto presidente della sezione Cinefondation, che pensa della qualita’ media dei Cortometraggi presentati dalle scuole di Cinema ?

 

G: Il livello è eccezionale. Tutti i film in concorso, sono diciotto, sono molto belli. Alcuni giovani concorrenti delle passate edizione sono già diventati dei cineasti mondiali. Il turco Deniz Erguven, l’ungherese Mundruckzo e molti altri, sono quest’anno in competizione a Cannes e questa è la prova che Cinefondazion ha il suo impatto professionale importante in tutto il mondo. 

 

V: Il film che amerebbe fare, un soggetto che ancora non e stato affrontato nel cinema?

 

GJ: Ho appena finito di scrivere due libri. Il primo si intitola ”Il festival non avrà luogo" e racconta di un giornalista che negli anni 60 va in Africa sul set del film Mocambo, dove si trovano Grace Kelly e Ava Gardner, e si innamora della sorella di quest'ultima. Assiste a tutte le riprese del film e poi rientra in Francia ma subito riparte per gli USA alla ricerca di quella donna. Ogni volta però incontra solo Ava Gardner. Non le racconto il finale naturalmente. Ieri una giornalista che mi ha intervistato in TV ha considerato che sarebbe un film sensazionale ma solo la ricostruzione del set Africano in Kenia costerebbe una fortuna dunque dovrebbe essere offerto alle produzioni americane: chissà forse sarebbe il caso di contattare Netflix non crede?

 

Il secondo s’intitola "Un Uomo crudele" e si tratta della biografia di Sessue Hayakawa e sa chi è? Ha mai visto il film Il ponte sul fiume Kwai? È il personaggio del crudele comandante del campo giapponese. L'attore che a suo tempo fu popolare come Charlie Caplin e Rodolfo Valentino. Ha avuto una vita davvero straordinaria.

 

Racconto tutta la sua vita e rivelo degli inediti. Per esempio lui ha partecipato alla resistenza francese durante la seconda guerra mondiale. Se vi fa piacere ve lo regalo, ne ho ancora una copia in francese o preferite l’inglese?

 

VB: Va benissimo  il francese ma a questo punto non posso evitare di chiederle la dedica. 

 

GJ: Per la dedica mi occorre una matita… allora que'est votre prenom?

 

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