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26/01/20 ore

Muore dopo aver abortito, scatta la criminalizzazione della RU486



E’ il primo caso in Italia, ma l’allarme è partito, i giornali strillano: il mostro ha colpito ancora. L’aborto si è preso un’altra donna. Trentasette anni, lei, morta all’Ospedale Marini di Torino per una crisi cardiaca sopraggiunta dopo l’assunzione della pillola RU486. Nell’attesa che la scienza, attraverso l’autopsia ordinata dalla Procura di Torino, riveli le cause del decesso, c’è chi si è già scatenato contro il il farmaco abortivo, messaggero chimico del castigo divino.

 

Stando ai fatti, però, ancora non è chiaro cosa sia successo alla signora che, come da protocollo, dopo una visita ginecologica effettuata il 4 aprile, viene ricoverata il 7 dello stesso mese per l’assunzione della prima pillola, andata a buon fine. Dopo essere stata dimessa, passate le 48 ore necessarie per continuare la procedura, la donna torna in ospedale per la seconda assunzione: il decorso continua senza problemi fin quando, dopo una prima difficoltà respiratoria, la 37enne perde i sensi e ha diversi arresti cardiaci. Trasportata in rianimazione, la donna muore dopo qualche ora.

 

Effetto collaterale? Problemi congeniti? Ennesimo caso di malasanità? Apparentemente nessuna delle tre, stando a quando dichiarato dai sanitari dell’ospedale. “Non sappiamo cosa sia successo – ha detto il primario della Ginecologia del Martini, Flavio Carnino – ma mi sento di escludere che ci siano stati errori, la signora ha fedelmente eseguito tutte le procedure di protocollo per l’interruzione farmacologica di gravidanza”.

 

Inoltre, spiega il dottore, “non ci risulta che ci fossero condizioni patologiche pregresse che potessero indurci a qualche perplessità nell'effettuare l'interruzione farmacologica di gravidanza e posso confermare che da quando la paziente ha manifestato i primi malesseri è stato fatto tutto il possibile dai ginecologi coadiuvati da anestesisti e cardiologi”. E intanto il dito rimane puntato sulla Ru486, approvata in Italia dall’Aifa a partire dal dicembre 2009.

 

Nonostante, ribadiscono gli esperti, secondo i dati registrati sull’incidenza di effetti collaterali gravi della pillola, essa possa essere considerata sicura, almeno quanto un aborto di tipo chirurgico. Quello del Martini, infatti, è il primo caso di decesso in Italia - dove sono stati circa 40 mila gli interventi abortivi praticati tramite la Ru486 - il 29esimo (ma le stime non sono certe, c’è chi parla di 14 o 16 morti dal 1988, anno in cui la pillola venne posta sul mercato in Francia) in tutto il mondo: a registrare il maggior numero di morti, 14, sono gli Stati Uniti, dove sono stati praticati oltre un milione e mezzo di aborti farmacologici.

 

Percentuali bassissime, insomma, ma sufficienti a dar man forte a chi di aborto proprio non vuole sentirne parlare: quelli che il ‘partorirai con dolore’ può divenire al massimo ‘abortirai con dolore’, senza la consolazione di un atto meno invasivo, doloroso, traumatizzante; quelli che va bene morire di parto, ma non di aborto.

 

“Il mio primo pensiero va alla donna, una delle circa 40 morte in gravidanza ogni anno in Italia – ha commentato la vicenda Silvio Viale, considerato il papà della Ru486 in Italia, che oggi dirige il principale servizio italiano per Ivg all’ospedale Sant’Anna di Torino – Mi unisco al dolore della famiglia e allo sconcerto dei colleghi del Martini. Nonostante mi sia capitato diverse volte di trovarmi davanti a donne morte in gravidanza per parto o per complicazioni, non mi ci sono ancora abituato, ma è il mio lavoro ed è anche per questo, oltre che per amore della verità, che devo respingere pubblicamente ogni tipo di strumentalizzazione”.

 

Per il ginecologo piemontese, infatti, sono gli altri farmaci, gli stessi impiegati per gli aborti chirurgici, i maggiori sospettati di un nesso con le complicazioni cardiache: “Ogni anno – spiega Viale - al Sant'Anna 2-3 donne debbono subire un intervento addominale come complicazione di una Ivg chirurgica. A differenza del mifepristone (steroide sintetico alla base della Ru486, ndr) sono gli altri farmaci utilizzati nelle Ivg, sia mediche che chirurgiche, che possono avere effetti cardiaci, seppure raramente: la prostaglandina (gemeprost) in primo luogo, già individuata come responsabile di decessi e complicazioni cardiache, ma anche l'antidolorifico (ketorolac) ampiamente utilizzato off-label in gravidanza e l'antiemorragico (metilergometrina) utilizzato in Italia di routine in quasi tutti gli aborti in ospedale e a domicilio. Anche la gravidanza di per se è un fattore di rischio".

 

"Il mifepristone - ricorda - è regolarmente autorizzato dall'Aifa anche per le Ivg chirurgiche del primo trimestre e per le Itg (aborti terapeutici) del secondo trimestre, per cui le buone norme di pratica clinica prescriverebbero di utilizzarlo nel 100% delle Ivg e, se non è cosi, è solo per motivi politici e organizzativi".

 

Di conseguenza, nell’attesa dei risultati dell’autopsia, Viale ribadisce che “ben difficilmente, per non dire con ragionevole certezza, la Ru486 potrà essere chiamata come responsabile diretta o indiretta delle complicazioni che hanno portato al decesso, mentre gli altri farmaci ((gemeprost, ketorolac, metilerometrina) hanno tutti potenziali effetti cardiovascolari. Tutti e quattro i farmaci sono utilizzati anche per l'aborto chirurgico. Questa tragica fatalità dovrebbe indurre ad abbassare il tono delle polemiche antiabortiste e favorire la creazioni di servizi specialistici adeguati per le Ivg dove le donne possano avere le migliori informazioni e i migliori trattamenti”.

 

Nel frattempo, il ministero della Salute guidato da Beatrice Lorenzin ha già aperto un fascicolo sul decesso, ed è stata richiesta una relazione sulla vicenda alla Regione Piemonte. (F.U.)


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