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14/06/24 ore

Storie di mafia, storie da ricordare (5): Emanuela Sansone, la prima donna assassinata dalla mafia (1896)



di Dario Caputo

 

La mafia, specie quella siciliana, aveva, tra i cosiddetti “uomini d’onore”, la regola non scritta di non uccidere donne e bambini ma, purtroppo, la sua enorme brutalità  non si è placata neanche davanti a queste inermi figure.

 

Tra le tante persone dimenticate, come tutte quelle presentate in questa rubrica, non possiamo non citare anche la prima donna che perse la vita sotto i colpi della mafia in Sicilia; si tratta di Emanuela Sansone, morta il 27 dicembre del 1896 mentre rideva con i suoi fratellini a Palermo, a soli diciassette anni.

 

Uccisa dai clan locali, si pensa per una ritorsione, di lei si sa davvero poco come di tanti personaggi vittime di quella storia minore. Figlia della “bettoliera” e titolare di una bettola siciliana dal nome di Giuseppa di Sano, Emanuela morì in un agguato proprio all’interno del magazzino di famiglia, adibito a “merceria, pasteria e bettola”, oltre che ad abitazione.

 

I mafiosi di quella zona sospettavano che la madre di Manuela li avesse accusati, denunciandoli, di produrre banconote false e così, i mandanti dei clan, dopo essere arrivati al magazzino, non fermandosi davanti a nulla, aprirono il fuoco con i loro fucili e colpirono le due donne, ferendo gravemente la madre e uccidendo, con un colpo alla tempia, la giovanissima Emanuela.

 

Il tragico evento e la figura dell'allora diciassettenne, sono stati analizzati, in maniera analitica, nei rapporti del Questore di Palermo Ermanno Sangiorgi. La madre della vittima ha collaborato attivamente con la giustizia, diventando uno dei primissimi esempi del ruolo positivo delle donne contro la mafia, troppo spesso ignorato e dimenticato. È nel suo rapporto, tra i più importanti documenti sulla mafia dell’epoca, che Sangiorgi racconta la vicenda della giovane Sansone e dei rapporti creati in quell’area della Sicilia di fine ‘800.

 

La morte della giovane e bella ragazza siciliana scioccò sicuramente quell'area geografica locale di riferimento, quanto anche l'intera Sicilia, per la brutalità con cui venne commesso l'omicidio, per la giovane età della vittima e per tutto quello che ne seguì.

 

Furono tante le vicissitudini: delitto di stampo passionale ad opera di un pretendente a cui era stato negato l'amore direttamente dalla ragazza o addirittura dalla madre della giovane non contenta del fatto che il ragazzo non avesse una posizione lavorativa stabile oppure, tra le tante, un possibile scambio di persona ma all'inizio nessuno, tranne qualche raro caso, ipotizzò un omicidio di stampo mafioso. Solo nel corso del tempo e con il passare degli anni si fece luce sulle reali motivazioni di quel duplice omicidio.

 

Nonostante tutto la storia, che è rimasta per anni nel dimenticatoio, come accade spesso anche oggi, risulta essere davvero emblematica e rappresenta il vulnus di tutto: bisogna anche ricordare e sottolineare che, a frequentare la bottega dei genitori di Emanuela, erano, nei primi anni di attività, in molti nella zona dove il locale commerciale si trovava. Fra i tanti che andavano a comprare lì tanti prodotti, vi erano anche persone, come purtroppo molte volte capita in aree simili, che non erano ben viste nel quartiere come il Comandante della vicina Caserma dei Carabinieri.

 

Un giorno, il proprietario di una conceria vicina, mandò i propri figli ad acquistare alcune merci proprio nella bottega dei Sansone: i giovani, sapendo o non sapendo, insistevano per pagare con soldi falsi e la madre di Emanuela, capito tutto, li cacciò dal negozio in malo modo. Da quel momento in poi tutto cambiò, purtroppo in negativo, per quella famiglia e nessuno più, in quel quartiere, andò a fare più la spesa da loro e, quando la gente li incontrava, cambiava strada, voltando lo sguardo dall'altra parte, quasi come se fosse un reato quello che avevano solo osato fare, andando a mettersi contro un meccanismo ben consolidato.

 

Questa situazione, appena descritta per la famiglia Sansone, andò avanti per un po’ di tempo, fino alla mattina del 27 dicembre 1896, quando due uomini sconosciuti entrarono nella bottega, formalmente per fare acquisti, in realtà, come raccontò in seguito la mamma di Emanuela al Questore Sangiorgi, andarono a controllare l’altezza di un foro praticato nel muro di un limoneto proprio di fronte al negozio.

 

Volevano accertarsi che la linea di tiro fosse favorevole; la linea di tiro che, purtroppo, servì loro per il delitto: la sera stessa, attorno alle 20:00, da quel foro partirono i colpi che ferirono la signora Giuseppina e che spensero la giovanissima vita di Emanuela.

 

Tutto questo per raccontare quello che va sempre raccontato, la verità di quelle storie che non vanno mai dimenticate e, cosa molto importante, ribadire che non ci sono vittime di serie A o di serie B: tutte, purtroppo, sono vittime di un cancro chiamato mafia.

 

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