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27/05/17 ore

Corte penale internazionale. La Russia sbatte la porta in faccia all’Aja



* di Cono Giardullo (da Affari Internazionali)

 

La Russia non vuole far parte della Corte Penale Internazionale, Cpi. Questo almeno quanto mostra la firma, il 16 novembre scorso, da parte del presidente Vladimir Putin del decreto n° 361 sull’intenzione della Federazione Russa di non diventare parte dello Statuto di Roma.

 

Secondo il comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, il motivo risiede nel fallimento della Corte ad assumere il ruolo di tribunale internazionale autorevole e indipendente che si era prospettato inizialmente.

 

La vera ragione, però, si ritrova nella pubblicazione, lo scorso 14 novembre, del Rapporto Annuale sulle attività delle indagini preliminari della Cpi, in cui per la prima volta, il Procuratore generale ha indicato “che la situazione nel territorio di Crimea e Sebastopoli è pari a un conflitto armato internazionale tra Ucraina e Federazione Russa.

 

Gli occhi del procuratore generale della Cpi sulla crisi ucraina

Ogni anno, l’ufficio del Procuratore generale della Cpi pubblica un rapporto che riassume le indagini preliminari riguardo a quei casi che sono portati alla sua attenzione da parte di individui e associazioni non governative, ma anche da uno Stato parte, dal Consiglio di Sicurezza Onu o da quegli Stati, come l’Ucraina, che hanno accettato la giurisdizione della Corte, secondo l’articolo 12, comma 3, dello Statuto di Roma.

 

Il caso ucraino si trova nella fase delle indagini preliminari sin dal 25 aprile 2014, e l’ufficio del Procuratore generale ha ricevuto quasi 70 comunicazioni relative a presunti crimini di sua competenza commessi sul territorio sin dal 21 novembre 2013, giorno in cui sono iniziate le proteste di piazza Maidan.

 

Nel caso in cui si tratti di presunti crimini commessi nel contesto di conflitti armati, la valutazione riguardo la giurisdizione della Corte implica anche l’analisi del contesto in cui tali reati siano stati commessi: quello di un conflitto armato internazionale o non-internazionale.

 

Secondo il suddetto rapporto, le informazioni disponibili suggeriscono che la situazione nella penisola di Crimea sia equiparabile a un conflitto armato internazionale tra Ucraina e Russia, almeno sin dal 26 febbraio 2014, quando la Russia spiegò le sue truppe per conquistare questa regione del territorio ucraino senza il consenso del governo di Kiev.

 

Tra l’altro, la legge sui conflitti armati internazionali si continua tutt’ora ad applicare dato che la situazione in tali territori rimane di fatto quella di uno stato continuo di occupazione.

 

Inoltre, il Procuratore si pronuncia anche a riguardo della situazione nell’Est del Paese, il Donbass, dove secondo le informazioni disponibili, almeno sin dal 30 aprile 2014 le ostilità tra il governo ucraino e le forze anti-governative hanno raggiunto un livello tale da innescare l’applicazione della legge sui conflitti armati.

 

Ma le ulteriori comunicazioni ricevute dal Procuratore indicano che i combattimenti in corso tra le forze di Kiev e quelle di Mosca siano tali da suggerire l’esistenza di un conflitto armato internazionale parallelo al conflitto armato non-internazionale.

 

Russia in affanno a trovare alleati nei consessi internazionali multilaterali

L’anno scorso, la Corte Costituzionale russa ha stabilito che le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo saranno rispettate solo qualora non entrino in contrasto con la legislazione nazionale. Questo è uno tra i tanti segnali mostrati da una Russia sempre più in affanno a trovare alleati nei consessi internazionali multilaterali.

 

La Cpi è solo l’ultima istituzione a configurare l’intervento russo in Ucraina come aggressione, facendo seguito alla risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa nell’ottobre scorso, che valuta le conseguenze politiche dell’intervento russo, e alla risoluzione del Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvata in novembre, che riconosce la Russia come “potenza occupante” in Crimea e sollecita Mosca a porre immediatamente fine agli abusi dei diritti umani commessi nella penisola.

 

Mosca come Washington

Dal canto suo, la Russia mira anche a proteggere i suoi cittadini da possibili indagini e azioni penali avviate dalla Cpi in futuro, dato che la manifesta intenzione di non divenire parte dello Statuto di Roma libera lo Stato dagli obblighi discendenti dallo stesso.

 

Nulla di più simile a quanto fecero gli Stati Uniti nel maggio 2002, quando durante la presidenza di George W. Bush, si espresse il desiderio di non voler ratificare lo Statuto di Roma - che era invece stato firmato dall’amministrazione Clinton nel 2000.

 

Il Presidente Bush si affrettò a siglare un elevato numero di Accordi bilaterali di immunità per proteggere i suoi cittadini dalla giurisdizione della Corte, e fece pressione sul Consiglio di Sicurezza Onu affinché approvasse una serie di risoluzioni che vietassero alla Cpi di indagare i possibili reati commessi dalle forze di peacekeeping di Stati non parte dello Statuto.

 

La Russia non ha mai integrato la Cpi come Stato parte, ma l’annuncio di non volere più ratificare lo Statuto di Roma mira a indebolire ulteriormente la Corte che vive la più grave crisi di adesioni della sua breve storia.

 

Non resta che allinearsi alle parole della Presidente della Cpi, il giudice argentino Silvia Fernandez de Gurmendi, che ha ricordato come l’obiettivo della giustizia penale internazionale sia un progetto a lungo termine, ma che deve rimanere una priorità per tutti gli Stati del mondo per porre fine all’impunità, principio basilare dello Statuto di Roma.

 

* Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo)

 

© da Affari Internazionali

 

 


Commenti   

 
0 #1 ilSocialista 2016-12-14 19:35
per certe cose america e russia sono veramente culo e camicia; comunque anche la cooperazione sui diritti umani è destinata ad andare a puttane se non si supera il monetarismo-lib erismo con una nuova Bretton Woods universale; riforme profonde della finanza, diritti dei lavoratori universali, accordi sui tassi di cambio e sui flussi commerciali, abolizione dei paradisi fiscali, insomma la fine ufficiale del circo barnum economico-finan ziario attuale che guasta e degrada ogni cosa e quindi anche i diritti umani.
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