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12/11/19 ore

Gianluigi Melega, Cronista con passione



di Massimo Teodori (Il Sole 24 Ore)

 

Di Gianluigi Melega scomparso alla soglia degli 8o anni mi piace ricordare la passione civile e il carattere trasparente che gli ho conosciuto negli anni in cui siamo stati seduti sugli stessi banchi della Camera dei deputati, eletti con il Partito radicale. Dedito alla scrittura di qualità, fin da giovanissimo Gianluigi - per gli amici «Gigi» — scelse di lavorare sulle frontiere più innovative del giornalismo italiano, prima al nuovo quotidiano «ll Giorno» negli anni cinquanta, poi al settimanale «Panorama» che per primo introdusse la distinzione tra i fatti e le opinioni, quindi a «L'Espresso» e «La Repubblica» che divennero la sua casa definitiva in stretto rapporto con Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo di cui fu fraterno amico. Nell'estate 1916, subito dopo la fondazione de «La Repubblica», fu chiamato a dirigere «L'Europeo» che trasformò in un settimanale di coraggiose inchieste tra cui quelle sulla diossina di Seveso, su Andreotti e sulle proprietà immobiliari della Chiesa che gli costò il licenziamento in tronco.

 

Conclusasi la parentesi dall'editore Rizzoli e tornato a «L'Espresso» condusse un'inchiesta su Giovanni Leone che nel 1977 portò, a ragione o a torto, alla fine anticipata del settennato presidenziale.

 

Quando nel 1979 i radicali gli offrirono la candidatura nelle loro liste, Gigi, che non era un giornalista fiancheggiatore, accettò non certo per ambizione di carriera ma per esprimere anche in Parlamento la voglia di battaglie per la laicità dello Stato e i diritti civili di cui era stato interprete sulla carta stampata. Deputato radicale per due legislature, dal 1919 al 1986, il giornalista fattosi temporaneamente politico fece parte di un agguerrito e qualificato gruppo di parlamentari che allora comprendeva anche autorevoli intellettuali - basta ricordare Leonardo Sciascia — nel quale si distinse per l'indipendenza di pensiero e le iniziative non conformiste.

 

Le sue acuminate frecce non risparmiarono gli scandali di regime nel cui segno presentò un'interpellanza per chiedere «se la Democrazia Cristiana fosse un'associazione a delinquere», un intervento che suscitò violente reazioni da parte dei parlamentari del partito diretto da Flaminio Piccoli.

 

Gigi era animato soprattutto da un grande senso di autonomia personale che si manifestava ovunque: nel gruppo "Repubblica-Espresso" di cui era un "senatore" senza tuttavia mai assumere un atteggiamento settario, e nel Partito radicale di cui animo la migliore stagione senza mai rinchiudersi nelle angustie del parrochialismo partitico.

 

La sua antica vena libertaria che lo ha accompagnato fino alla scomparsa nelle molteplici attività di romanziere anche in lingua inglese, di librettista e perfino di entusiasta giocatore di scacchi, venne alla luce quando Oreste del Buono seppe delle migliaia di pagine autobiografiche scritte nella Milano degli anni Cinquanta che volle fossero pubblicate per sottrarle all'oblio in cui erano rimaste per quasi mezzo secolo.

 

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