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21/01/21 ore

La resurrezione di Cristo di Raffaello e altre considerazioni


  • Giovanni Lauricella

Per il cinquecentesimo anno dalla scomparsa di Raffaello Sanzio (Urbino, 28 marzo o 6 aprile 1483 – Roma, 6 aprile 1520) e per le feste pasquali in corso parlerò di una sua opera giovanile, la Resurrezione di Cristo (1501-1502) che si trova oltreoceano, nel Museo d’Arte di S. Paolo in Brasile.

 

Essendo un piccolo dipinto (52x44 cm)  ad olio su tavola, dai colori luminosi e brillanti come le miniature, probabilmente era  per una predella nella parte inferiore di una pala d’altare, o un piccolo formato per un regalo: infatti, sul retro, ha una scritta che porta il nome di un importante personaggio di Siena, Gioacchino Mignatelli.

 

Ispirato alla “Resurrezione di San Francesco al Prato” del Perugino, ha in alto al centro, con l’indice all’insù, il Cristo risorto che regge un vessillo crociato, con a fianco due angeli e sotto le guardie sgomente dell’accaduto. Sempre al centro ma in basso, un prezioso sarcofago appena aperto che ha dietro le tre Marie, accorse per il miracolo, in uno scenario di brulla natura con appena un albero, e in basso a sinistra un serpente come schiacciato dal sensazionale avvenimento.

 

Opera che denota quanto ancora Raffaello sia legato alle influenze del Perugino e del suo periodo di apprendistato, che ben presto stravolgerà con una nuova visione della pittura, quella rinascimentale, che lo immortalerà per sempre. L’effetto visivo è di una simbologia didascalica fatta di figure sospese nel vuoto o in volo su un sarcofago dalla forma improbabile con decorazioni classiche.

 

La sensazione irreale, quasi fiabesca, del quadro è talmente esplicita che non lascia dubbi di giudizio allo spettatore, che sa di avere a che fare con un miracolo da accettare per fede, secondo una concezione religiosa che qui apprende non da un sacerdote ma da Raffaello, quando era un giovane pittore, ancora in via di maturazione artistica.

 

Trovandosi  lontano, in Sudamerica, il quadro è fisicamente distante dalle attenzioni del pubblico occidentale è, a dispetto dell’autore, abbastanza sconosciuto. Nonostante tutto, lo reputo emblematico di alcune contraddizioni che sono nella nostra cultura religiosa. Nella Resurrezione di Cristo di Raffaello  grande assente è il Santo Sepolcro che sta nella Basilica a Gerusalemme.

 

L’aspetto meno considerato è che tutti i pittori, compreso Raffaello che in questo caso funge da esempio, non hanno mai potuto vedere tale sito e i dipinti che abbiamo sono tutti immaginari. Una cultura religiosa e anche artistica tutta fantasiosa sia pur giustificata da motivazioni spirituali,  costruita su astratte suggestioni mentali con scenari prevalentemente di natura Umbra Toscana, quando sono italiani, più assurdi e strani con scenari nord europei quando sono artisti di quei luoghi; mai che vengano ritratti i luoghi originari.

 


 

La forma attuale della Basilica del Santo Sepolcro risale all’Ottocento: prima vi è stato un continuo di distruzioni e ricostruzioni alternate con incendi e terremoti. I crociati conquistarono Gerusalemme nel 1099 e la tennero fino al 1187  come occupazione militare ma niente a che vedere con la cultura.

 

Dopo tanti miseri tentativi di costruzioni nel 1187 si incominciò un’edificazione vera e propria del Santo Sepolcro che però non è mai comparsa nelle raffigurazioni artistiche. Insomma alla narrazione evangelica,  cui credi solo se hai fede, se ne è aggiunta una virtuale di tipo estetico che ha costituito l’immaginario escatologico diventando l’iconografia religiosa tradizionale. A giustificazione di questo potrebbe essere che Gerusalemme è sempre stata difficile da raggiungere, a causa del clima di terrore che  è stato un ostacolo invalicabile ai pellegrinaggi sino a tempi non molto lontani.

 

Tanto per avere un’idea della situazione del Mediterraneo (e c’erano state le repubbliche marinare …) nel 1815 a Cagliari, non i villaggi isolati dove era facile fare razzie, furono presi 125 sardi e fatti schiavi. Fu Edward Pellew, capo di una flotta anglo-olandese contro gli stati barbareschi, che fece interrompere il fenomeno anche se non completamente, con il bombardamento navale di Algeri del 1816,  liberando 1200 schiavi cristiani presenti in città.

 

E pensare che gli Ottomani erano già impegnati a interrompere la riduzione in schiavitù dei prigionieri nel trattato di Vienna del 1815! Se questo era il clima poco più di un secolo fa, figuriamoci ai tempi di Raffaello; l’assedio di Vienna è del  1529, 28 anni dopo che Raffaello si apprestava dipingere la Resurrezione di Cristo, la battaglia di Lepanto è del 1571, la battaglia di Vienna che fece ritirare i turchi dall’Europa è del 1683. 

 

A quei tempi quei luoghi, detti Terre sante, erano, per  la fantasia dei fedeli europei, come Star Trek oggi per noi, pianeti lontani abitati da mostri alieni. Raffaello, come tanti altri artisti a lui successivi, ha dipinto il sepolcro o altri luoghi sacri inventando tutto di sana pianta, creando quadri sulla Resurrezione di Cristo adattando il paesaggio italiano a fantasiose architetture che non hanno niente a che vedere con la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e nemmeno con il Medio Oriente.

 


 

Come è altrettanto vero, e questo è più strano, che da quando è stato possibile il pellegrinaggio non vediamo foto famose del Santo Sepolcro anche se molte sono in giro, foto importanti che ricordiamo come emblema di Gerusalemme o della cristianità, parliamo di una civiltà che ha nella comunicazione la quantità d’immagini che supera quella della scrittura. 

 

Insomma, abbiamo una religione e un’arte con tanto di esperti critici e storici, pinacoteche e biblioteche che dicono tantissimo trincerati a difendere un mito pregno di fede e meta arte che tracima nella negazione. Un delirio di onnipotenza dell’occidente che ti mette a dura prova se devi individuare visivamente un luogo della cristianità che viceversa trovi assediato da immagini consumistiche di uova di cioccolato e gustose colombe zuccherate.

 

Arte della negazione, immagine vacua, pubblicità a identità della nostra cultura che vanta trascorsi illuministi, positivisti, marxisti ecc.

 

Come l’assurdo paradosso su Achille e la tartaruga di Zenone, ogni anno, procedendo nelle rappresentazioni della Resurrezione, in tanti secoli abbiamo avuto una religione che a fronte di una sterminata produzione artistica non è riuscita a affermare l’immagine reale, originaria delle proprie radici: una meta che sembra essere sempre più lontana anzi, con la decadenza delle simbologie è ormai irraggiungibile.

 

 


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