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25/02/24 ore

25 settembre, voto senza reale efficacia. 7 milioni di si ai referendum giustizia segno di cambiamento consapevole


  • Luigi O. Rintallo

Alle scorse elezioni politiche del 2018, dei primi dieci partiti – ad eccezione del Movimento 5 Stelle con l’allora leader Luigi Di Maio, giunto allora ad oltre 10 milioni di suffragi – nessuno ha ottenuto più di 6 milioni e mezzo di voti: il PD, secondo in classifica, si fermò a 6.134.727.

 

Perché ci riferiamo a questo numero? Perché corrisponde agli elettori (7 milioni) pronunciatisi con 5 SI nei referendum sulla giustizia del 12 giugno 2022. A voler leggere il voto referendario favorevole in termini politici, si ravvisa in esso una componente di tutto rispetto che corrisponderebbe a un quinto dei votanti.

 

Ovviamente l’obiezione immediata è che questi elettori sono trasversali e non sono un “partito”, non rappresentano una forza con un programma di governo o un progetto politico definito. Tuttavia, a voler parafrasare la famosa frase di Enrico Cuccia, per cui “le azioni non si contano, ma si pesano”, anche i voti per il SI al referendum sulla giustizia hanno un peso speciale.

 

Sono due i fattori che misurano la loro qualità peculiare: da un lato, l’emersione nonostante l’ossessiva campagna di boicottaggio, promossa dal circuito mediatico e da gran parte dei corpi istituzionali e politici; e – dall’altro lato – l’elevato grado di consapevolezza che comportava questa espressione di consenso, rispetto alla marea montante dell’anti-politica in prevalenza intorbidata dai conati giustizialisti e qualunquistici.

 

Per questo motivo, come «Agenzia Radicale» e «Quaderni Radicali», rivendichiamo con orgoglio l’esserci battuti nella campagna referendaria di questa primavera, dando un contributo non da poco contro l’oscuramento e il depistaggio di gran parte dei nostri “giornalisti”, che hanno operato in senso opposto ai principi ispiratori del loro ruolo in una democrazia. Quello che avrebbe dovuto fornire il “servizio informazione”, è stato soppiantato dalle interviste e dagli interventi raccolti sulle pagine del sito web di  «Agenzia Radicale» o in autopubblicazioni. 

 

L’impegno del direttore Giuseppe Rippa e della redazione nasceva dalla convinzione profonda che la questione giustizia fosse un nodo decisivo della crisi politica e istituzionale italiana. Dalla sua soluzione dipende la possibilità di rilanciare le sorti di un Paese che, altrimenti, è destinato a essere destrutturato e sfibrato.

 

In questo senso, quanti si sono espressi in favore dei referendum promossi dai radicali hanno dato voce a un’alterità di visione dell’Italia: non quella della barbarie giustizialista, della gogna e del rancore, ma quella del rispetto delle regole e della dignità dei cittadini, dello Stato nei Diritto che non può essere calpestato dall’abuso esercitato attraverso l’arbitrio di poteri incontrollati, che spregiano la democrazia partecipata.

 

Di questa alterità intendiamo dunque preoccuparci in futuro e, a nostro avviso, dovrebbero tenerne conto anche le forze politiche impegnate nel prossimo confronto elettorale. La campagna che sta svolgendosi dimostra ancora una volta quanto l’informazione sia in contrasto con i compiti che dovrebbe assolvere: prevale il comportamento da agit-prop, proclive a dare supporto alla parte di riferimento. Nessun vero confronto, coi conduttori più che altro dediti ad astenersi dal porre le domande significative per attaccare o appoggiare in modo sempre pregiudiziale.

 

In questa dialettica falsata, propria della democrazia fittizia che denunciamo da tempo, le scelte compiute dal PD di Enrico Letta lo collocano agli antipodi dell’alterità di cui erano portatori i SI al referendum di giugno e, così facendo, esso predilige i nutrimenti malsani della mistificazione politica.

 

Né d’altro canto è possibile individuare, nella destra, nel presunto centro e nel panorama di tutti gli altri partiti in gioco, coerenti promotori e difensori di quella prospettiva alternativa di cui necessita la politica italiana nel suo insieme.

 

 


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