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04/07/22 ore

Di Mancini in Mancini: l’intervista al nipote di Giacomo, suo omonimo



di Giulia Anzani

 

Ho parlato del libro di Paride Leporace Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud” qui. Non ho parlato della statua erta per il Leone Socialista: è stata inaugurata il 25 aprile scorso, davanti al Palazzo dei Bruzi, il Comune di Cosenza, l’opera in bronzo di Domenico Sepe. Due celebrazioni importanti, in occasione del ventennale dalla scomparsa di un grande politico, un personaggio che ha segnato in tanti modi la storia socialista italiana e non solo. Ho deciso, dunque, di contattare Giacomo Mancini - nipote -.

 

Ho letto il libro da poco uscito in occasione dei vent’anni dalla scomparsa di suo nonno, un personaggio che dire illustre è poco. L’ho trovato molto interessante e utile sia per chi l’ha conosciuto, come una sorta di memoriale, e sia sopratutto per chi, come me, non ha avuto l’opportunità di conoscerlo se non tramite i racconti dei genitori e dei nonni. Lei l’ha letto? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa.

 

Voglio partire premettendo che siamo di fronte a un fenomeno molto particolare: ci troviamo in un contesto in cui la percezione generale non è molto attratta nei confronti della politica e di chi la politica la fa, anzi… c’è un forte disincanto verso questa realtà. A vent’anni dalla scomparsa di Giacomo Mancini, il suo ricordo è molto vivo nella comunità: in quella politica, nella sinistra e nel mondo socialista in particolare, e ancor di più in Calabria e a Cosenza. Si tratta di un elemento particolare rispetto al contesto generale che dicevo prima. In questo quadro, mi ha fatto piacere che un giornalista, scrittore, intellettuale come Paride Leporace abbia voluto parlare e ricordare l’impegno politico di una personalità del genere. Mi è piaciuta la formula che ha utilizzato, quella che lui stesso ha definito “pamphlet divulgativo”.

 

In questo modo consente a chi ha conosciuto Giacomo Mancini, a ricordare il suo impegno che si è dipanato in cinquant’anni di storia repubblicana, di ricordarne i passaggi. E consente anche a chi non ha avuto l’occasione di conoscerlo, di farsi un’idea di chi lui sia stato. Essendo una formula snella e sintetica, si legge facilmente e permette, a chi vuole, di andare ad approfondire i giusti punti. Sicuramente quella di Leporace è stata una sfida interessante: un impegno di cinquanta lunghi anni in politica non è semplice da condensare in un centinaio di pagine. Mi fa piacere che con questo libro si continui a fare quello che per vent’anni si è fatto - non in solitaria, ma quasi - con la Fondazione Giacomo Mancini: alimentare il ricordo.

 

Ammetto di non conoscere la Fondazione. Mi può dire brevemente di cosa si tratta?

 

La Fondazione Giacomo Mancini è stata costituita nel primo anniversario della scomparsa. L’obiettivo è stato preservare il patrimonio documentale. Poi nel corso degli anni, ha promosso iniziative, seminari, convegni. Ricordi. È servita a tratteggiare aspetti politici. Per trovare approfondimenti su tutto quello che si è fatto, indirizzo direttamente al sito www.fondazionegiacomomancini.it dov’è tutto spiegato. Comunque, anche grazie all’attività della Fondazione, il ricordo di Giacomo Mancini è vivo. Quest’attività ha canalizzato un ricordo molto presente. Poi, come su ogni cosa, ognuno ha un suo punto di vista. Si poteva fare di più, è probabile, ma chi muove queste critiche, cos’ha fatto per “fare di più”?

 

Per quanto riguarda le nuove generazioni, visto anche quello che ha detto prima, sul contesto di disinteresse generale… a fronte della sua esperienza in politica e avendo alle spalle avi illustri, qual è il suo punto di vista? Come pensa si possa introdurre in loro (in noi, direi) una scoperta e una nuova fiducia nella parte “buona” della politica?

 

Ovviamente è un tema complesso. Partirei dicendo che è sbagliato generalizzare sempre: la letteratura preponderante negli ultimi tempi ha dipinto in maniera negativa la politica e chi fa politica, e questo non poteva che produrre disincanto, disaffezione. Insomma, complessivamente un clima di negatività. Non si può dire che i fenomeni negativi e le degenerazioni non ci siano state, ma ci sono anche tante pagine molto positive rispetto all’impegno politico: individuali e non. Da questo punto di vista, è importante ricordare queste pagine, e quelli che ne sono stati protagonisti. Non può che essere utile a creare e far capire che l’impegno in politica è una tra le attività fondamentali del nostro quotidiano.

 

Servirebbe più dialogo tra generazioni, forse?

 

Non la limiterei a questo… occorrerebbe che le nuove generazioni non si fermassero alla superficie. Bisogna studiare tutte le pagine che sono state scritte nel corso del tempo. Ci sono quelle brutte come ci sono quelle belle, ed è importante guardare in maniera differente. L’identità dei partiti e dei movimenti sono andate perdendosi, però questo non deve portare al cinismo come unica conseguenza. Ci sono i cinici che pensano al loro interesse, ma anche tanti altri che si distinguono in modo ottimale, che vedono l’impegno politico come strumento per aiutare la comunità a crescere. Disimpegnarsi significa lasciare spazio a chi ha interessi differenti da quelli che sono gli interessi collettivi. Se ci si interessa a dispetto di tutto, se si combatte per degli ideali, si hanno risultati.

 

Per concludere e non rubarle altro tempo, vorrei parlare della statua in onore di Giacomo Mancini, inaugurata pochi giorni fa. In particolare, m’interessa il suo parere sulla diatriba che si è venuta a creare sulla “somiglianza-non somiglianza”: trova le critiche fondate, o soltanto effetto della classica voglia di critica tipica della “cosentinità”?

 

Partiamo dal principio: organizzando la costruzione della statua, abbiamo realizzato quello che era un desiderio collettivo. Ogni discorso che si aveva su Giacomo Mancini si concludeva in due modi: o con “doveva campare tanti anni ancora…” o con “meriterebbe una statua”. Sul primo punto non potevamo agire né influire, quindi abbiamo pensato di realizzare il secondo. La cosa importante è che è stata realizzata con una raccolta fondi organizzata dalla Fondazione, che non dispone di risorse. Anche con piccole donazioni - e dico “piccole” in senso strettamente economico, ma in realtà si tratta di preziosissimi contributi dal punto di vista simbolico, partecipativo -, hanno contribuito in tanti alla realizzazione di questa statua. È stato il frutto di una realizzazione ampia, comune e corale.

 

Una bella statua, realizzata da uno scultore importante: Domenico Sepe. Colgo l’occasione di ringraziarlo per essersi speso con passione, altruismo e dedizione. Ha compreso bene chi fosse e cosa rappresentasse quella personalità che stava andando a raffigurare, tratteggiandola proprio per come Mancini era. Sepe è un figurativo e come tutti i bravi figurativi, ha creato ogni ruga, ogni piccola particolarità del raffigurato. Posso dire che dal mio punto di visa di nipote, mi sembra identico al periodo finale della sua vita.

 

Quelli che l’hanno vista dal vivo l’hanno apprezzata, ed è probabile che chi la critica l’abbia vista da una foto venuta male. C’è anche da dire che, nell’ultimo periodo, si passa facilmente dall’essere virologi, all’essere esperti di geopolitica. Dall’inaugurazione della statua, si è arrivati ad essere esperti di arte e somiglianze. Ad ogni modo, ognuno ha la sua legittima opinione, ma la Fondazione ed io siamo soddisfatti. L’importante è che se ne parli, nel bene e nel male. Vuol dire che l’operazione che avevamo in mente è riuscita: ricordare una personalità come quella di Giacomo Mancini e finalmente “fargli una statua”, quella che meritava.

 

 

- Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud, di Paride Leporace sul Leone Socialista, a vent’anni dalla sua scomparsa

(Agenzia Radicale)

 

 


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