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11/08/20 ore

La giustizia e la politica nel vortice della Palamaropoli


  • Luigi O. Rintallo

Della “Palamaropoliche ha investito i vertici della magistratura si può dire abbia contribuito alla formazione, presso l’opinione pubblica, di due convincimenti ugualmente gravi e allarmanti. Il primo rende persuasi che, a livello direttivo, i magistrati intrecciano rapporti e agiscono – sia per quel che riguarda le carriere, sia nell’ambito dell’attività giurisdizionale (inchieste e processi) – in sintonia coi partiti politici.

 

Da ciò deriverebbe la revisione di un giudizio, da tempo diffusosi, secondo il quale la magistratura associata abbia assunto in tempi recenti i caratteri di un potere a se stante, la cui autonomia sconfina nell’arbitrio e ne fa quasi l’esclusivo detentore della capacità decisionale a scapito di ogni altro soggetto istituzionale. Sembrerebbe, tutto sommato, che al fondo sia rimasto invariato il contesto, tante volte denunciato negli anni della Prima Repubblica, per cui diversi magistrati si distinguevano per essere i bracci operativi delle fazioni politiche.

 

Le stesse ultime rivelazioni sul processo che portò alla condanna dell’ex premier Silvio Berlusconi, non farebbero che confermarlo. L’anomalia di quella vicenda, del resto, oltre che nella stranezza dell’andamento processuale (insolitamente rapido, giunto in Cassazione nell’arco di un anno) risiede poi nella sua appendice politica, con l’applicazione retroattiva della Legge Severino e la destituzione da senatore del leader di Forza Italia.

 

Un gioco di squadra fra tribunali e politica che oggi, alla luce di quanto emerso, acquista senza dubbio tutt’altro valore. Che alcune forze politiche possano contare sul “servizio” di certi uffici giudiziari, così come che alcuni procuratori possano costruire le loro carriere in base a logiche da do ut des indubbiamente non può rassicurare i cittadini circa la solidità del nostro Stato di diritto.

 

Ancor meno confortante è quanto si muove, sul piano dei rapporti politici, sulla scena mediatica attorno al processo Berlusconi. Con il suo ricorso alla Corte di Strasburgo e le nuove documentazioni fornite, fra le quali anche la sentenza di un processo civile contro il complice nella presunta frode finanziaria, la cui sentenza smentisce quanto sostenuto dai giudici che lo hanno condannato, in quanto non viene riconosciuta alcuna irregolarità, potrebbero essere state poste le premesse per un mutamento politico.

 

Staremo a vedere se, ancora una volta, attraverso il viatico di vicende processuali, si perverrà addirittura a nuove alleanze. Già vi è chi legge nell’eventuale revisione della condanna a Berlusconi, un modo per far digerire al Movimento 5 Stelle un’ennesima capriola: dire sì al MES e ritrovarsi in maggioranza coi parlamentari di Forza Italia.

 

Come che sia, resta il fatto che la giustizia in Italia si trova al suo livello più basso di credibilità. E si fa sempre più forte la preoccupazione che deriva dal secondo convincimento scaturito dalle notizie concernenti le trame fra ANM e CSM. Vale a dire che esse hanno minato in profondità la salvaguardia della dignità stessa del ruolo della magistratura.

 

Un danno letale per ogni democrazia: senza la terzietà del giudice, senza l’autonomia reale e non fittizia dei componenti la magistratura, viene meno il baluardo fondamentale per chiunque debba veder difesi i suoi diritti dalla prepotenza e dal sopruso. Con i loro comportamenti, il manipolo di magistrati coinvolti nello scandalo e l’ignavia dei politici nell’affrontarlo hanno provocato un guasto che rischia di essere irrimediabile.

 

 


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