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03/08/20 ore

Per ricordare Giulio Savelli



Quello di Giulio Savelli, intellettuale, editore, scrittore, parlamentare, morto il 12 maggio a Roma, città dove era nato nel 1941, non è stato un percorso intellettuale che si muoveva in modo unilaterale. La sua vivacità di ricerca fu negli anni settanta un modello che procedeva attraverso rupture, sempre segnata da tentazioni forti di rompere schemi organicistici, scontati, a volte ipocriti.

 

La casa editrice Savelli (prima Samonà e Savelli) ha segnato in quegli anni un atteggiamento volutamente provocatorio e fuori da ogni conformismo. Andare allo scontro culturale con la visione hobbesinamente assoluta della cultura di sinistra comunista fu un atto di sfida e di coraggio, in alcuni casi deliziosamente velleitario, sfrontato e impudente che apriva la strada a processi di liberazione individuali e collettivi. Anche questo favorì la crescita di quel movimento dei diritti civili che grazie a Pannella segnò l’unico momento di crescita civile di una società ammorbata da falsi miti e da ideologie soffocanti e  asfissianti.

 

Per molti che lo hanno ricordato la sua azione ruota intorno al successo editoriale di “Porci con le ali”. Il libro di Rocco e Antonia (al secolo Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera) che portò lo stato d’animo di una generazione ad un livello politico profondo, che segnò l’immissione di bisogni interiori, di domande di libertà, di sentimenti, del sesso su un modello scheletrico e oppressivo che in particolare il partito comunista esercitava. Di qui la Nuova Sinistra che pur con mille contraddizioni fece saltare il tappo ad un centralismo culturale oltre che politico che appariva insopportabile alle nuove generazioni.

 

Ma il lavoro di destrutturazione di quegli anni, con la casa editrice, non si limitò certamente a questo. Forse, con un eccessivo tasso di spregiudicatezza, furono buttati sul tappeto del confronto critico molti dei punti che descrivevano il ritardo culturale che segnava il Paese, la sua premodernità, la sua pericolosa visione consociativa, da cui ancora oggi siamo in parte segnati e ammorbati.

 

A noi piace ricordarlo riproponendo quello che forse è stato il suo ultimo intervento politico, dopo i molti anni di silenzio su questo fronte, che Giulio Savelli scrisse per Quaderni Radicali n. 115 (febbraio 2019), in un numero della rivista che aveva il suo tema centrale “No al falso cambiamento”. Un suo richiamo anche al nostro lavoro in chiave liberale e radicale che è oggi stata sciaguratamente fatta fuori e per la quale continuiamo a batterci.

 

   G. R.

 

 

 

 

 

In Italia è mancata e manca ancora l’alternativa liberale


di GIULIO SAVELLI 

 

 

Giulio Savelli è stato negli anni ’70 l’editore della “nuova sinistra”, per poi avvicinarsi alle posizioni liberali. Del resto, già allora il suo catalogo editoriale aveva caratteri rivoluzionanti che lo accostavano alla politica dei radicali, nel momento in cui rappresentò un punto di riferimento per chi metteva al centro l’individuo con tutti i piani che lo riguardano: dall’affettività ai bisogni nuovi e trasgressivi che andavano sorgendo. Pubblichiamo un suo contributo sui temi affrontati nel libro-intervista di Giuseppe Rippa, l’altro Radicale (Guida editori), che denuncia quali sono stati gli effetti del consociativismo e della mancanza di un’alternativa liberale nel nostro Paese, con ripercussioni che ormai interessano l’intera società occidentale. 

 

*****


Leggendo il libro-intervista di Giuseppe Rippa, l’altro Radicale, mi sono trovato a riflettere su due questioni a mio avviso sostanziali. La prima riguarda il rapporto che l’autore – ma non solo lui, bensì i radicali tutti – ha avuto con Marco Pannella. Verso il leader storico del Partito radicale, non vi è chi non ne riconosca i grandi meriti strategici, come viene anche spiegato nel libro. Del resto, Pannella proprio per conservare il suo ruolo predominante, invece che navigare nel grande partito che poteva nascere dal movimento dei diritti civili dopo i successi sul divorzio e sulla depenalizzazione dell’aborto, ha preferito diventare il punto di riferimento di piccoli gruppi “a tema” su varie questioni. 

 

Una scelta che, di per sé, poteva anche essere giusta, dal momento che ognuna di quelle questioni era meritevole di attenzione politica. Tuttavia, diversamente dal divorzio e dall’aborto, avevano la pecca di essere settoriali e di non riguardare la grande maggioranza della popolazione. Su tali questioni, sono sorte così tante piccole organizzazioni – in realtà autonome – che hanno consentito a Pannella di esercitare il suo ruolo di deus ex machina, rinunciando però a proporsi come leader di una formazione politica più ampia. 

 

La seconda questione, che ha suscitato in me piena condivisione, riguarda il modo in cui nel libro si parla dei problemi relativi al Servizio sanitario nazionale. Nel libro si rovescia la prospettiva con la quale si è interpretata la sanità pubblica, attribuendone esclusivamente allo Stato la gestione. A mio avviso, giustamente Rippa sostiene che – pur essendo ragionevole l’esigenza di venire incontro all’insieme della cittadinanza – il servizio sanitario può essere esercitato attraverso strumenti liberali. Non necessariamente, cioè, tutto l’apparato della sanità deve essere affidato all’amministrazione pubblica, ma può combinarsi con forme di cooperazione dei cittadini attraverso le modalità assicurative liberamente sottoscritte. 

 

Questo argomento specifico, così come trattato in l’altro Radicale, assieme all’andamento delle vicende politiche negli ultimi anni, mi ha spinto a questa riflessione. Nel mondo occidentale, grosso modo, c’è stata l’alternanza fra due partiti o due correnti politiche: una più preoccupata della produzione di ricchezza e un’altra preoccupata invece della sua redistribuzione. Nel corso dei decenni trascorsi, queste due aree si sono alternate vicendevolmente: ora prevaleva l’indirizzo più “liberale” ed ora quello più “socialdemocratico”, chiamiamoli così. Ciò è stato vero per tutti i Paesi dell’Occidente, con l’esclusione dell’Italia. 

 

L’Italia è stata esclusa, perché la corrente “sociale”, qualora avesse prevalso, non avrebbe inciso soltanto in termini di direzione politico-economica, ma avrebbe comportato il cambiamento di sistema geo-politico in quanto l’alternativa di stampo sociale era incarnata dal Partito comunista. Mandare al potere il Pci significava trasferire l’Italia dall’orbita dell’Occidente a quella dell’Oriente. Da qui è derivato che i partiti al governo, e in primo luogo la Democrazia cristiana, si sono assicurati il consenso attraverso i benefici da dare al popolo. 

 

Il che non ha impedito che, col passare del tempo, nascesse comunque l’aspirazione all’alternanza, tant’è che nel 1948 la Dc conquistò la maggioranza assoluta ma poi ha visto erodere la sua base elettorale, cosicché ha prima cercato l’appoggio dei socialisti e poi, negli anni Settanta, degli stessi comunisti con i governi dell’unità nazionale. 

 

Il consenso è stato dunque garantito attraverso l’elargizione di denaro e di servizi pubblici, che venivano gestiti dalla macchina statale proprio per tutelare gli interessi politici di chi amministra. È questo che ha caratterizzato la diversità dell’Italia dalle altre nazioni democratiche. 

 

Questa spasmodica ricerca del consenso, beneficando gli elettori con le concessioni più varie, ha creato la situazione attuale, in cui il grosso dell’elettorato vuole ormai la botte piena e la moglie ubriaca. La classe politica favorisce queste richieste di sempre maggiori servizi, sia perché ci ricava consenso e sia perché la loro erogazione resta comunque sotto il suo controllo.

 

Il paradosso è che si richiedono sempre più servizi, senza pagare tasse. Oggi, vediamo che in Occidente l’opposizione viaggia su due binari in qualche modo contraddittori: lo dimostra quanto sta accadendo in Francia, dove si pretendono più servizi, più ecologia, più welfare e contemporaneamente meno tasse. È un fenomeno che riguarda ormai tutti. In Italia, con il governo grillo-leghista ci siamo posti addirittura all’avanguardia, ma comunque è un’aura politica che serpeggia ovunque nell’Occidente. In ogni Paese riscontriamo varie sue manifestazioni – di destra e di sinistra – che, pur nella loro diversità, aspirano a un identico obiettivo: avere sempre più servizi e pagare meno tasse. 

 

La peculiarità dell’Italia sta nel fatto che la sua collocazione geo-strategica, nel post-Yalta, ha favorito queste dinamiche, per cui il consenso è stato ottenuto prescindendo da una vera cultura di governo e ciò ha finito per alterare quasi irrimediabilmente il processo democratico. Ai radicali va dato atto che, negli anni ’70, hanno provato ad allargare il perimetro dei soggetti sociali in grado di diventare protagonisti del governo delle situazioni. Il che prefigurava in effetti una possibile alternativa al modello consociativo dominante, perché si nutriva dei principi di gradualità e di un indirizzo autenticamente riformatore. 

 

Ricordo che nel 1976, in una intervista a «L’Espresso» che mi fece Paolo Mieli, ebbi modo – da editore della “nuova sinistra” qual ero allora – di dichiarare che giudicavo più utili per il Paese le battaglie radicali, che non le chiacchiere rivoluzionarie dell’estrema sinistra. Le battaglie intraprese in quegli anni sollecitavano in effetti un cambio di sistema politico in Italia, proiettate com’erano verso la formazione di un’esperienza liberale che in Italia mancava totalmente. Da questo punto di vista, muove il mio rammarico nei confronti dell’azione svolta da Pannella nel decennio seguente, in quanto non ha poi insistito nel perseguire l’idea di formare un’alternativa politica globale al sistema di potere della Democrazia Cristiana. 

 

Alternativa che, non solo serviva per modernizzare il Paese, ma che avrebbe rappresentato l’unica opzione sostitutiva di quella ricerca del consenso fondata sull’estensione del debito pubblico, “pagando” in sostanza i cittadini elettori. Perché è questo ciò che ha fatto la Dc: non a caso l’Italia ha il maggior debito pubblico tra gli Stati europei. Non essersi imposto come alternativa compiuta al modello assistenziale democristiano, ha fatto sì che Pannella scegliesse invece di dedicarsi a tante e dispersive iniziative, utili sì a sostenerne la volontà egemone, ma che non suscitavano un vero ed ampio interesse nella popolazione. 

 

Al sistema consociativo si perviene per volontà di entrambi i partiti maggiori, la Dc e il Pci. Così la nostra Repubblica, anziché essere ispirata dalla dinamica della liberaldemocrazia e dello Stato di diritto, si è acconciata a gestire il consenso nella situazione data. Va ascritto alla Dc il merito (o demerito?) di aver meglio fissato, attraverso la gestione del debito pubblico, la raccolta del consenso e la propria egemonia, che poi è andata scemando sino al punto di perdere la centralità del suo ruolo nella distribuzione di risorse a metà anni ’70. Da qui la virata in senso consociativo con il coinvolgimento dei comunisti, i quali a loro volta, rendendosi conto che per l’Italia era inaccettabile un cambio di regime, hanno cercato di condizionare la Dc e spartire con essa il potere. 

 

La consociazione deriva dalla consapevole scelta di democristiani e comunisti insieme. I primi perché sanno di non poter cedere ai secondi, in quanto ciò comporterebbe la nostra uscita dall’Occidente; e i secondi perché sanno che gli Italiani non erano certo disposti a far parte del novero di nazioni oltre la “cortina di ferro”. 

 

Le decisioni politiche che ne sono derivate hanno di fatto bloccato l’evoluzione in senso moderno e liberale del Paese. E oggi ne viviamo gli effetti in modo deva- stante, perché non è certamente facile smontare una tendenza culturale, prima ancora che politica, così profondamente radicata nel corpo vivo della nazione in termini di corporativismo e delle spinte contraddittorie che ho sopra richiamato. La gente vuole davvero la botte piena e la moglie ubriaca, nel senso che l’abitudine alla distribuzione di reddito ha allontanato da una coscienza responsabile dello stato di cose effettivo. Mi spiego con un esempio. Molte persone ragionevoli dicono: “ma quale reddito di cittadinanza! La gente chiede lavoro!”. 

 

Siamo davvero sicuri che sia così? Non ne sono affatto convinto, come del resto mi resi conto già tanti anni addietro. Gli operai della mia tipografia avevano due turni di lavoro: il primo cominciava alle cinque di mattina e finiva alle due di pomeriggio; il secondo dalle due a mezzanotte. Già allora c’era il sussidio di disoccupazione e ho sempre pensato che un operaio, rinunciando magari al 30% del suo salario optando per il sussidio, doveva pensarci se alzarsi alle 5 oppure starsene a casa. Il presidente di Confindustria ha ricordato qualche giorno fa che a un giovane, al suo primo ingresso nel mondo del lavoro, spetterebbe uno stipendio di mille euro. Ora fra i 780 euro gratis del reddito di cittadinanza e i 1000 ottenuti lavorando, non c’è dubbio che la gran parte preferisca rinunciare al lavoro. 

 

Quanto avvenuto in Italia, con le spinte contraddittorie derivanti appunto dal modello consociativo, è andato diffondendosi anche altrove perché c’è un interesse specifico di tutte le classi politiche a comprare consenso con i soldi pubblici. Potrà essere quanto si vuole una scelta suicida, o per lo meno cieca rispetto alla prospettiva futura, ma risponde all’interesse immediato e opportunistico delle oligarchie dominanti. 

 

Siamo di fronte a una crisi delle leadership, per combattere la quale occorre lavorare alla costruzione – come il lavoro di Rippa testimonia - almeno di pozzi di cultura liberale che facciano da punti di raccolta. È una strada obbligata, ma va riconosciuto che è estremamente difficile farlo in un Paese come l’Italia dove di fatto non c’è mai stata un’alternativa liberale come invece è avvenuto ad esempio in Francia. Inoltre è molto oneroso cambiare una cultura diffusa tra la gente che, appoggiata da una classe politica che ci ricava il suo tornaconto, è entrata nell’ordine di idee che vuole sempre di più non pagando mai. Personalmente non sono favorevole a tassare a tutto spiano, però è indubitabile che i servizi – dalla sanità alla scuola e alle pensioni – richiedono risorse. Come diceva Milton Friedman, il pasto gratis non esiste. 

 

 (da Quaderni Radicali n. 115 - febbraio 2019)

 

 


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