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17/09/19 ore

Dove va la crisi?


  • Luigi O. Rintallo

Secondo i riti, invero ormai anacronistici e superati dal ritmo che viviamo, il Capo dello Stato procede alle consultazioni dei rappresentanti politici per risolvere la crisi del governo presieduto da Giuseppe Conte. Sui media ci si sbizzarrisce nel prefigurare i possibili esiti, ma va riconosciuto come la situazione determinatasi permette se non altro di delineare con maggiore nettezza i contorni dello scenario politico italiano.

 

Il ventennio di bipolarismo fra centro-sinistra e centro-destra, che si sono avvicendati al governo del Paese, aveva sì consentito una alternanza tra poli diversi ma – a un bilancio oggettivo e spassionato – ha mantenuto intatti gli elementi di anomalia e di ibridismo propri della politica italiana.

 

È accaduto perché l’approdo alla democrazia compiuta si realizzò a partire dalla marginalizzazione – culturale prima, politica e personale poi – dell’area laica, liberale e rifotmatrice, che disponeva degli strumenti e dei metodi atti a dare sostanza e vita al compiersi della democrazia.

 

Altrettanto non era offerto dalla compagine radunata attorno all’Ulivo, che aggregava le culture di cattolici e comunisti con il loro storico bagaglio di dirigismo e assistenzialismo, consegnate alla tutela degli interessi corporativi; né il Polo della libertàberlusconiano era nelle condizioni di esprimere una reale alternativa, vincolato com’era dalle servitù cui sottostava il suo patronrispetto alle oligarchie dominanti e dalla promiscuità di istanze contrapposte – ora sociali, ora liberiste – presenti al suo interno.

 

Qualunquismo e anti-politica, come un incendio alimentato dai piromani dei media al servizio dei poteri finanziari (ricordiamo tutti la campagna anti-caste delle firme del «Corriere» del patto di sindacato), hanno fatto il resto desertificando ulteriormente il Paese, che è rimasto senza nemmeno più una fonte in grado di rifornirlo dell’acqua indispensabile alla sopravvivenza di un’autentica dialettica democratica.

 

Ridotta la politica in uno stato di subalternità, il suo posto è stato inevitabilmente soppiantato dalla deriva delle corporazioni più forti, a cominciare da quella in toga che, nella sua tentazione salvifica, è stata investita un potere di interdizione, anche a scapito della funzione che l’amministrazione della giustizia doveva garantire proprio ai più deboli.

 

Nello stato di frammentazione e di caos, congeniale tanto alle oligarchie dominanti dentro i confini nazionali, quanto ai potentati internazionali, abbiamo assistito a spostamenti dei flussi di consenso e al sorgere di nuovi gruppi politici.

 

Tuttavia, il tratto caratteristico che li ha contraddistinti è stato quello di non avere né un reale radicamento (come dimostrano gli improvvisi picchi e discese delle loro percentuali di voto), né tanto meno una cultura politica nutrita di solidi riferimenti liberali e democratici. Contrariamente alle battaglie radicali degli anni ’70, ad esempio, al Movimento 5 Stelle è mancata una capacità davvero aggregativa in termini di democrazia partecipata su temi ampiamente coinvolgenti. 

 

Come Forza Italia nel 1994, anche il M5S quasi dal nulla ha negli ultimi sette anni raccolto porzioni ampie di cittadini attorno a sé. Oggi ad accomunarli è un altro elemento: sono le due uniche forze in campo che, potenzialmente, possono instaurare alleanze indifferentemente con il PD o con la Lega

 

In questo sono portatori di un equivoco politico che rischia di pregiudicare un’evoluzione trasparente e lineare della crisi in atto. Come pure agisce in questa direzione un altro, ricorrente, refrain della politica italiana: la rinascita di un fantomatico Centro, che a nostro avviso pare servire più che altro non all’Italia, ma ai suoi pervicaci sostenitori (che siano i democristiani d’antan o l’ex rottamatore Matteo Renzi). 

 

Se un dato può dirsi acquisito, dopo questa crisi, consiste nel dover prender atto della definitiva normalizzazione del Movimento 5 Stelle, che difficilmente potrà ancora presentarsi  con le stigmate del movimento anti-sistema una volta allineatosi all’agenda dettata dagli establishment. I voti ottenuti nel 2013 e nel 2018 sono stati più il risultato di un rigetto per altre forze, che non un consenso diffuso e convinto per le proposte da esso avanzate.

 

Anche perché, va riconosciuto, queste ultime specialmente da tre anni a questa parte non sono più rispondenti ai bisogni emergenti nella società italiana, ricollegandosi piuttosto a un ambito tematico e temporale che richiama un tardivo richiamo ora alla post-ideologia del “politicamente corretto”, percepita oggi come qualcosa di insopportabilmente prescrittivo e limitante delle libertà, ed ora a un risentimento improduttivo di soluzioni praticabili.

 

Non è un caso, da tale punto di vista, che in queste ore si sia tornati a parlare di un’eventuale alleanza fra 5stelle PD, perché in effetti entrambi potrebbero trovare intese sulla base di questa comunanza di dipendenze culturali dal modello genericamente riferito agli anni Settanta, dove si trova un po’ di tutto – dal ribellismo al fanatismo al fondamentalismo ecologista – tranne una concreta disposizione riformatrice e pragmatica.

 

Soprattutto, poi, un formidabile collante risulterebbe il loro giustizialismo, alieno dallo Stato di diritto e dai principi costituzionali, che li accomuna nella sudditanza alle pressioni provenienti dall’interno di certi settori della stessa magistratura e non solo da essa.

 

Ma l’Italia non ha bisogno di una “democrazia vigilata”, magari affidata alle cure di uno sceriffo o di un cultore di pandette, piuttosto richiede generose iniezioni ricostituenti di autonomia e responsabilità, così da proiettarsi in un futuro di dinamismo sociale e valorizzare differenze, con uno spirito laico che respinga ogni forma di fanatismo e faziosità ipocrita.

 

 


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