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20/09/20 ore

Renzi e l'Amnistia, lo smemorato di Firenze


  • Ermes Antonucci

“Aderisco alla battaglia di Pannella per l’amnistia, impegno morale, civile sociale della comunità italiana”: queste erano, nel 2005, le parole di Matteo Renzi. Lo stesso che oggi, dimenticando quella presa di posizione, definisce il ricorso all’amnistia o all’indulto come soluzione (iniziale) dell’indegno problema del sovraffollamento carcerario “un gigantesco errore”.

 

Una marcia indietro clamorosa, a tratti quasi comica se si guardano nel dettaglio le parole che ha utilizzato in passato il Rottamatore fiorentino, in più di un’occasione. Era il 2005, infatti, quando l’allora presidente della Provincia di Firenze decideva di rispondere a Massimo Lensi (consigliere provinciale di Forza Italia), che in una lettera indirizzata proprio a Renzi chiedeva “di schierarsi a favore dell’iniziativa di Marco Pannella”, dal momento che “un deciso e straordinario provvedimento di amnistia e indulto consentirebbe di ripristinare l’esercizio effettivo della amministrazione giurisdizionale e giudiziaria, ponendo un argine contro la degenerazione in atto nella giustizia italiana, che, con sempre maggior evidenza, si traduce in ingiusta discriminazione di classe”.

 

Renzi non ci pensò su due volte e annunciò pubblicamente, appunto, che avrebbe aderito alla battaglia di Pannella, aggiungendo di essere “pronto, nel mio piccolo, a fare la mia parte perché la sete di giustizia che anima il leader radicale trovi una fonte soddisfacente”. Un concetto ribadito anche nel 2012, quando l’ormai sindaco di Firenze sottoscrisse la lettera aperta del consigliere regionale della Toscana Enzo Brogi rivolta a Marco Pannella, di fronte al suo ennesimo sciopero della fame.

 

Sette anni erano passati e la situazione era sempre quella, con le carceri italiane straripanti di detenuti, le condanne europee che fioccavano e l’Italia in cima alla classifica degli stati europei con il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per questo i firmatari della lettera a Pannella – Renzi incluso – si impegnavano a farsi carico “della lotta per l’amnistia, per la giustizia e per la libertà”.

 

Una battaglia – proseguiva la lettera, ora relegata nell’oblio – “per il ripristino della legalità e del rispetto della dignità all’interno delle nostre carceri, per interrompere una violenza che riguarda tutti i cittadini, non solo i detenuti; per ristabilire i principi della Costituzione, depredati nella loro completezza laddove prevedono che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e ne sancisce la funzione rieducativa; convinti che laddove siano stati violati o ignorati dei diritti, laddove venga meno la legalità, lo stato di diritto, esista anche, e tu (Marco Pannella ndr) lo sai bene, strage di popoli”.

 

Niente da fare, la memoria (breve) di Matteo Renzi non contempla più anche queste parole. Per il sindaco di Firenze, spettatore (a questo punto in-)consapevole dell’assoluta inattività legislativa in tema di giustizia e carceri, oggi le soluzioni andrebbero trovate “partendo dalla custodia cautelare, dal modificare alcune leggi come la Fini-Giovanardi o la Bossi-Fini”. Tre temi, bisognerebbe ricordare a Renzi, al centro di tre dei dodici referendum radicali che né il Pd né l’”innovatore liberale” fiorentino del centrosinistra hanno deciso di prendere in considerazione negli ultimi mesi.

 

Trent’anni di completa indifferenza politica e decisionale, per di più, non sono bastati al sindaco di Firenze per comprendere ciò che invece i radicali, e non solo – si leggano per esempio le costanti e puntuali dichiarazioni del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri – hanno capito già da molto tempo, e cioè la necessità di ricorrere ad un “grimaldello” giuridico e anche politico – l’amnistia – che possa scardinare il regime di ingiustizia istituzionalizzato, favorendo l’uscita del Paese da una sostanziale flagranza criminale ed avviando una reale fase di riforme strutturali del sistema giustizia.

 

Sono proprio il pluridecennale disinteresse della politica e il carattere strutturale del problema ingiustizia (che va dal sovraffollamento carcerario alla lentezza dei processi) a rendere poco credibili ricette legislative miracolose che escludano il ricorso all’amnistia, tanto più che ora esiste anche un termine temporale ben preciso entro il quale bisognerà porre rimedio al sovraffollamento: maggio 2014, come stabilito dalla Corte di Strasburgo, pronta ad accogliere i ricorsi di centinaia – e nelle peggiori ipotesi di migliaia – di altri detenuti, a suon di risarcimenti medi da 100mila euro ciascuno.

 

Renzi, da questo punto di vista, ha deciso di collocarsi in assoluta continuità con la negligente classe politica che, aldilà di rituali promesse di redenzione, mai ha mostrato la volontà di interessarsi alla questione carceraria in modo concreto. Con l’aggravante che, oltre ad aver disatteso e rovesciato i propri impegni passati, Renzi ha preteso di assumere le vesti di innovatore liberale, pur non possedendo quasi nulla di questa figura mitica ed elettorale.


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