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23/06/24 ore

Il Pd costretto in difesa, non sa cosa vuole


  • Ermes Antonucci

In un interessante articolo apparso ieri su Repubblica, il professor Marc Lazar ha posto l’attenzione sul significato del compromesso politico, analizzando in particolar modo la situazione italiana caratterizzata dall’alleanza di governo Pd-Pdl.

 

La sensazione che emerge, a quattro mesi di distanza dalla nascita del governo Letta – scrive Lazar – è quella di un presidente del Consiglio e di un Partito Democratico sulle difensive, quasi che sia il partito guidato ora da Guglielmo Epifani a rappresentare l’anello debole dell’intesa transitoria con il centrodestra.

 

Sembra infatti che l’azione del Pdl negli ultimi mesi sia risaltata in maniera molto più evidente rispetto a quella del Pd, complice il ricompattamento del primo dovuto all’aggravarsi della battaglia giudiziaria e l’indebolimento del secondo determinato da alcune sconfitte ottenute sul terreno del compromesso (una su tutte la cancellazione dell’Imu, ora primo slogan del centrodestra, a prescindere dalle sue possibili conseguenze).

 

Le decisioni e i provvedimenti che trovano – o che dovrebbero trovare – invece la loro ragion d’essere nelle manovre del centrosinistra, finiscono con l’apparire in gran parte dei casi come semplici deliberazioni pensate e realizzate in solitudine dal presidente del consiglio Letta. Lasciando dunque il Pd in una sostanziale oscurità politica, dalla quale ad emergere sono solo le sterili conflittualità sulle interminabili primarie.

 

Ma cosa ha realmente in testa il Pd? Quali “progressi si propone di conseguire – si chiede ad esempio Lazar – “sulla riforma elettorale, sulle politiche economiche, sulla scuola, sulle iniziative in favore dei giovani, delle donne, degli immigrati?”. Il problema è che rispondere a questa domanda è tutt’altro che facile.

 

Il dibattito sulla riforma elettorale è ancora in alto mare, e dal Pd non sono ancora trapelate proposte ben definite. Le politiche economiche, che includono anche quelle per i giovani, la ricerca e la scuola, sono state adottate attraverso puntuali – e forse abusati – decreti legge, rilanciati da Letta nelle sue conferenze stampa in stile one man show, nelle quali il “Pd” non viene quasi mai nominato. Le politiche sull’immigrazione, infine, appaiono ancorate a discussioni per ora prive di concretezza e di una reale conoscenza della questione.

 

In definitiva, insomma, mentre da una parte il centrodestra riesce a mantenere e ad indicare una seppur minima linea politica (legata quasi esclusivamente ai problemi personali del suo leader che a quelli del Paese, ma ad ogni modo ancora efficace), dall’altra il Partito Democratico appare come un banale contenitore di gruppi, gruppetti e correntine, incapace di dotarsi di contenuti propri, validi, concreti, che non siano mera ed occasionale espressione di interessi corporativi.

 

Per ripensare l’identità e il “riformismo” del Pd, tuttavia, sembra che non occorra soltanto “definire i contenuti del suo compromesso con il Pdl” (come sostiene Lazar), ma piuttosto ridefinire la totalità delle sue proposte politiche e tracciare, in maniera compatibile con i principi progressisti, socialisti e liberali, la strada per il suo futuro.

 

 


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