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18/09/19 ore

Pena di morte ai Marò, un tira e molla che non finisce


  • Ermes Antonucci

Non si ferma il flusso di indiscrezioni e smentite proveniente dall'India sulla sorte dei due marò italiani. Nelle ultime ore a circolare è, ancora una volta, la notizia su un possibile utilizzo da parte della polizia indiana di una legge per la repressione della pirateria che prevede la pena di morte.

 

Nonostante la smentita del ministro degli Esteri indiano giunta in mattinata, il titolare dell’Interno Sushil Kumar Shinde ha reso noto che la decisione se applicare o meno la pena di morte alla vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sarà valutata dal governo indiano nel giro di due o tre giorni.

 

I due fucilieri di Marina sono stati arrestati nel febbraio del 2012 con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani durante un servizio antipirateria a bordo della petroliera italiana Enrica Lexie, nel Mar Arabico. L’incidente ha fatto emergere una controversia internazionale tra Italia e India tuttora irrisolta.

 

Da una parte, essendo la sparatoria avvenuta in acque internazionali, il governo italiano sostiene che i due militari debbano essere giudicati dalle autorità nostrane (e non sono pochi i riscontri che portano ad escludere che siano stati proprio i militari italiani a sparare sulla barca dei due pescatori e, per fare un esempio, la traiettoria dei colpi lo testimonierebbe). Dall’altra il governo indiano rivendica la propria giurisdizione, affermando che ai marò non possa essere applicata l’immunità funzionale.

 

Il diritto internazionale, come hanno sottolineato molti esperti, è dalla parte dell’Italia. L’incidente non è avvenuto in acque territoriali indiane (dove di conseguenza le autorità di Kerala avrebbero potuto far valere la propria giurisdizione), bensì a circa 20 miglia dalle coste, nella cosiddetta “zona contigua”, dove – secondo il diritto internazionale – il paese costiero può esercitare la propria giurisdizione solo in materia doganale, fiscale, d’immigrazione e per motivi sanitari.

 

Che, inoltre, i due marò abbiano agito come organi dello Stato (e che quindi possano godere dell’immunità funzionale) è confermato dal fatto che la loro operazione si stesse realizzando in base ad una legge adottata dal parlamento italiano per dare esecuzione alle risoluzioni di contrasto alla pirateria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 

Il comportamento delle autorità indiane, insomma, risulta alquanto discutibile. L’ennesimo dubbio sulla possibile applicazione della pena di morte non cancella le ambiguità fino ad ora emerse e che continuano a venire a galla. L’inviato speciale del governo italiano, Staffan de Mistura, ha sottolineato che la questione vera è che “la Nia (la polizia indiana, ndr) tenta di usare una legge antiterrorismo (SUA Act) per capovolgere l’onere della prova a danno dei due fucilieri di Marina e per estendere la sua azione fuori dalle acque territoriali indiane”.

 

Uno stravolgimento completo, in pratica, dei principi dello stato di diritto, con l’arrestato chiamato a provare l’infondatezza delle accuse mossegli dagli organi giudiziari e non, viceversa, con quest’ultimi impegnati a dimostrare la validità delle proprie imputazioni. La fermezza con la quale il governo indiano ha deciso di trattare sin dall’inizio l’intera faccenda fa pensare, più che ad un reale tentativo di fornire giustizia alle famiglie dei due pescatori uccisi, ad un’operazione di strumentalizzazione della vicenda, volta a soddisfare in qualche misura le proprie aspirazioni da potenza mondiale.

 

Un modo cioè, per l’India, con cui affiancare al crescente sviluppo economico in ambito internazionale (peraltro non privo di segnali contrastanti) una rilevanza di carattere geopolitico che ancora stenta ad affermarsi. Occorre comunque ricordare che, a complicare tutta la vicenda, ci ha messo del suo anche il governo italiano. Ancora tangibili sono i danni in termini di credibilità prodotti nel marzo scorso dalla figuraccia messa in atto dall’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi, che, contrariamente a quanto stabilito in Consiglio dei ministri, annunciò la decisione di non rimandare in India i due marò, tornati in Italia con un permesso di quattro settimane per votare alle politiche.

 

La decisione causò la ritorsione del governo indiano nei confronti dell’ambasciatore italiano e determinò una vera e propria frattura all’interno dell’esecutivo Monti, con uno scontro tra il ministro della Difesa Di Paola e il titolare della Farnesina, poi dimessosi. A distanza di un anno il governo è cambiato, ma il braccio di ferro sul destino dei due marò continua.


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