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27/06/19 ore

Siria, Bonino: "No alla soluzione militare"



Dopo due anni di strage e migliaia di civili morti, il probabile uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad pare essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza nella comunità internazionale. Francia, Regno Unito e Stati Uniti si sono dichiarati pronti ad un intervento militare anche senza il via libera del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ma la posizione italiana, nonostante la “ferma condanna” di un “crimine inaccettabile” espressa dal premier Enrico Letta davanti al primo ministro David Cameron, rimane ferma.

 

Mentre venti di guerra sembrano dunque abbattersi sullo scacchiere internazionale, per Emma Bonino “non c'è soluzione militare al conflitto siriano”: “una soluzione politica negoziata – ha spiegato la ministra degli Esteri – è la sola sostenibile per avviare una stabilizzazione di lungo periodo nella Siria e nell'intera regione”.

 

Per questo motivo, ha sottolineato la titolare della Farnesina nella sua audizione davanti alle Commissioni Estere riunite di Camera e Senato, “l'Italia crede che una reazione militare senza la copertura e l'avvallo del Consiglio di sicurezza Onu non sia adeguata, né convincente, né positiva, rischiando, anzi, di esacerbare una situazione già esplosiva”.

 

“La Siria – ribadisce Bonino – non è il Kosovo, non è così chiaro chi dobbiamo andare ad aiutare. I gas nervini sono un'atrocità ma solo le Nazioni Unite possono arrivare a conclusioni certe”. E anche con un eventuale via libera dell'Onu, l'intervento italiano non sarebbe automatico, ma farebbe scattare un “serio dibattito in Parlamento”.

 

Non bisogna infatti dimenticare, ha spiegato inoltre la ministra, che l'Italia è già “impegnata ai limiti delle sue possibilità in diversi teatri internazionali: in Libano con 1100 uomini, in Afghanistan con 3200 soldati, nei Balcani con 650 effettivi, nell'Oceano Indiano con più di 300 uomini, nel Sinai con 80 osservatori", oltre a tutte le altre presenze minori "in Libia, Somalia, Mali, Emirati Arabi, Malta etc. per un totale di quasi 6000 militari".

 

Per la titolare della Farnesina, dunque, la necessità sarebbe quella di “operare con grande determinazione perchè una soluzione politica, che si chiami Ginevra 2 o che si chiami quello che si dovrà chiamare, possa avere luogo”. Una posizione, quella della ministra, condivisa sia sul versante del Pd che su quello del Pdl, col beneplacito di Sel e dei radicali. (F.U.)


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