26/01/22 ore

Il caso Leone: quando il presidente è un ostacolo per il partito del Quirinale. Agenda storico-politica (2)


  • Luigi O. Rintallo

Molte volte i mandati presidenziali hanno coinciso con crocevia importanti dal punto di vista storico-politico dell’Italia repubblicana. Quasi sempre questi punti di passaggio hanno visto manifestarsi da un lato la consapevolezza della necessità di un mutamento significativo e, dall’altro lato, una pervicace volontà restaurativa con l’obiettivo di non pregiudicare un assetto consolidato di gestioni e relazioni, che in qualche modo finisce per identificarsi con quello che potremmo anche definire, come ripete spesso Giuseppe Rippa, il “partito del Quirinale”. Da intendersi, tuttavia, non tanto come gruppo di forze o persone, quanto di una convergente disposizione di volta in volta calata in apparati e settori che esercitano un indubbio potere condizionatorio.

 

In passato è accaduto che fra il Presidente eletto – specialmente se dotato di un’autonomia o di una consistenza politica di qualche spessore – e il “partito del Quirinale” si evidenziasse una dialettica; in altre occasioni, invece, si è operata una sorta di simbiosi. In questa vigilia delle elezioni presidenziali, è il caso di ricordare qualcuno di questi momenti di passaggio, anche per coglierne somiglianze e differenze.

 

Giovedì scorso, a vent’anni dalla sua scomparsa nel 2001, è stato celebrato – presente Sergio MattarellaGiovanni Leone, il capo dello Stato dimessosi qualche mese prima della scadenza nel 1978 dopo essere stato bersaglio di una campagna di stampa diffamatoria, che anticipava per molti versi quelle susseguitesi negli ultimi decenni con l’aggiunta della sinergia fra giornalisti e alcuni pm promotori di inchieste dalle evidenti ricadute politiche.

 

All’epoca le dimissioni di Leone furono quasi una forma di rito sacrificale, che servì a ricompattare il consociativismo fra DC e PCI intenzionato a mantenere inalterato il controllo etero-diretto e verticistico sul Paese, messo in crisi dal movimento dei diritti civili e dalla disarticolazione di sistema che derivava dalla vittoria laica nel referendum sul divorzio del 1974.

 

Il voto del 12-13 maggio 1974, al di là del No all’abolizione del divorzio in Italia, approvato dal Parlamento nel 1970, apriva infatti a scenari politici diversi che contrastavano con la strategia dei due maggiori partiti. Quel risultato prefigurava la possibilità di avvicinare finalmente l’Italia alle democrazie liberali europee, determinando le condizioni di una reale alternanza di governo: fatto, questo, giudicato terremotante per partiti abituati da tempo a occupare le istituzioni e ad esercitare un rigido controllo sociale attraverso la leva del debito pubblico.

 

Suonò pertanto un allarme generale e si trovò la via d’uscita attraverso l’emergenza terroristica, di fatto sfruttata per confermare ulteriormente una gestione che già allora – dopo la crisi petrolifera e la conseguente frenata dello sviluppo economico – mostrava tutti i segnali di logoramento.

 

Dal Quirinale, proprio Giovanni Leone fu tra coloro che per primi avvertirono quanto profondi fossero gli effetti di quella stagione sulle istituzioni e sulla tenuta complessiva del Paese. E lo rivelò nel messaggio inviato alle Camere il 14 ottobre 1975, da «Quaderni Radicali» ripubblicato sul n. 61-63 del 1999 nel dossier dedicato alle scuse all’ex presidente da parte di Marco Pannella e dei radicali.

 

Il messaggio, controfirmato dall’allora presidente del Consiglio Aldo Moro, fu in pratica ignorato dal Parlamento e oggi viene da chiedersi se, più ancora degli articoli di Camilla Cederna, esso non abbia contribuito a isolare Leone. Quel testo, dove si affermava che “tra le più avvertite necessità si pone quella di identificare le responsabilità dei pubblici funzionari, compresi i magistrati” e si auspicava un impegno legislativo per riformare l’amministrazione della giustizia, mal si conciliava con gli strenui difensori dello status quo.

 

Nel 1978, prima ancora dell’inizio del semestre bianco, il presidente Leone fu di fatto obbligato alle dimissioni. Contrariamente a certa vulgata, di certo non erano stati i radicali a determinarle: sarebbe ben strano che ai sempre inascoltati radicali di Pannella, si fosse proprio in questo caso dato retta. Ad anticipare l’abbandono del Quirinale di Leone fu piuttosto la pressione concentrica di quanti, con la sua fuoriuscita, pensarono di allontanare ogni rischio di emersione dello stato reale della malattia che attanagliava la Repubblica, così da perpetuare ancora la propria centralità…

 

 Verso l’elezione del Presidente della Repubblica. Agenda storico-politica (1)

 

 


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