Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

16/06/24 ore

Virus e vaccini: contraddizioni e comunicazione disastrosa


  • Luigi O. Rintallo

Giorni addietro, in una delle sue frequenti presenze in tv, Gianfranco Pasquino ha avuto buon gioco a smontare chi avanza obiezioni di natura costituzionale sulle limitazioni che si vorrebbero imporre ai non vaccinati. Per farlo si è riferito agli articoli 16 (la libertà di circolazione è garantita “… salvo le limitazioni  che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”) e 32 (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”). Ma cosa accade se la forzatura nel senso di una riduzione dei diritti del cittadino non può contare sull’oggettività dell’episteme, ma deriva dalle modalità di descrizione dei fenomeni e quindi dal peso che è attribuito loro dall’interpretazione proposta?

 

Alla radice delle divisioni presenti oggi fra tutti noi, di fronte al covid19 e ai suoi effetti, non ci sono soltanto ragioni diverse nell’ordine delle priorità (prima la salute o prima l’economia) oppure della fiducia contrapposta allo scetticismo verso la medicina contemporanea.

 

La drammaticità ansiogena imposta dalla narrazione mediatica dell’epidemia promanava da una inedita concezione filosofica di fondo, del tutto contrastante con la storia secolare del pensiero e – se vogliamo – con la nostra stessa natura antropologica. Tale inedita concezione si può riassumere nell’illusione del perseguimento di un rischio zero e nella pretesa di scongiurare totalmente le conseguenze di un male. Da qui sono discese a grappolo tutte le azioni e decisioni che hanno contraddistinto sia gli atti pubblici, che i comportamenti privati.

 

Poiché frutto di pretese e illusioni, atti e comportamenti sono poi risultati contraddittori, confusi, molto spesso inefficaci, per non dire perfino controproducenti, rispetto alla situazione da affrontare. A ciò si aggiunga la carica ideologica (da intendersi come falsa coscienza) che li ha contraddistinti sin dal principio dell’epidemia, quando dapprima il mainstream informativo era portato a sminuire la pericolosità dei contagi in nome della preoccupazione per derive di tipo razzista (ricordiamo tutti gli aperitivi del sindaco Sala a Milano e l’indigestione di involtini primavera da parte dei conduttori tv).

 

La devianza di natura ideologica è perdurata anche in seguito, quando è avvenuta la conversione in senso contrario dando luogo a rappresentazioni da distopia cupa e ossessiva. Come spiegare altrimenti, se non con l’impronta ideologica statalista e autoritaria, certe scelte nei bersagli indicati quali causa preminente di morti e ricoveri? Tanto che diversi studi hanno descritto una bipartizione della società, durante il lockdown, fra i garantiti a stipendio fisso (per lo più ben disposti al giogo e cantori dei vantaggi dello smartworking) e vasti settori del lavoro autonomo (penalizzati e ribelli).

 

Anche sul fronte del contrasto sanitario non sono mancati i guasti delle rigidità e delle disposizioni pregiudiziali. Tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe dal mondo medico, comunque riferito alle modalità empiriche del metodo scientifico. Da un lato l’abbattimento delle deontologie professionali mortificate dalla gabbia delle procedure burocratiche e, dall’altro, le indicazioni provenienti da organismi tutt’altro che neutri in quanto condizionati da una sudditanza opportunistica a direttive politiche, hanno alla fine prodotto esiti nefasti. A cominciare dai mancati protocolli per le terapie domiciliari, con la sciagurata formula “tachipirina e vigile attesa” che ha portato a intasare i pronto soccorso, per finire nell’assurda parificazione fra contagiati e malati o nell’attribuzione di una pericolosità oraria del virus.

 

Tutti questi fattori hanno contribuito a ritardare un approccio pragmatico e ragionevole nella gestione della malattia, risolvendosi in un danno generalizzato. Aver privilegiato una forzata torsione finanche nella lettura dei dati ha avuto un indubbio effetto manipolativo: basterebbe osservare il ribaltamento di percezione, laddove si evidenziasse che il 93% degli italiani non ha incrociato nemmeno per caso il covid19 o che al 96% chi ha contratto il virus è  guarito.

 

Purtroppo anche adesso che metà della popolazione è posta in sicurezza dalle vaccinazioni, che scongiurano effetti perniciosi in caso di contrazione del virus, non sembra proprio che ci si emancipi dalle interpretazioni deformanti e dalle scorie inquinanti del fanatismo. Il fideismo quasi confessionale con il quale si aggrediscono quanti esitano a vaccinarsi è quanto mai controproducente.

 

I no vax, com’è noto, sono una esiguissima minoranza, ma molti di più sono i dubbiosi nei confronti dei vaccini disponibili. E non è un caso, visto che nel recente passato i primi a screditarne l’efficacia sono stati i componenti della corporazione medica: ricordo che, quando come insegnante chiedevo il vaccino anti-influenzale al medico di base, scoprivo che il primo scettico era lui tant’è che me lo inoculava quasi con sufficienza. Di fronte al covid19, assistiamo oggi a un rovesciamento altrettanto pregiudizievole: trattare i dubbiosi da appestati o criminali sicuramente non è la strada giusta per persuaderli.

 

Per dissipare i dubbi non serve propalare una narrazione fatta di inutile retorica o di minacce da Rodomonte, che sappiamo bene essere impossibili da compiersi visto che a stento si è in grado di controllare gli ingressi in un commissariato di polizia figuriamoci altrove.

 

Continuare a dar spazio nella comunicazione a pseudo-scienziati o intellettuali, usi a praticare bestialità da barbarie di pensiero, come negare le cure a chi non è vaccinato, significa solo favorire reazioni irrazionali e avviarsi sulla china pericolosa di discriminazioni future (varrà poi anche per fumatori e obesi?) che modificano in modo profondo i princìpi del nostro vivere civile, riconducendoci a esperienze nefaste già sperimentate nella storia.

 

Va fatta una campagna di verità nel segno di un’informazione concreta, che tratti i cittadini da adulti senza agitare babau e uomini neri. Che spieghi e non minacci, abituando il pubblico a convivere con l’idea che il rischio zero non esiste e che assumerne qualcuno (compresa la vaccinazione) rientra nelle condizioni del semplice vivere.

 

(illustrazione da vecteezy)

 

 


Aggiungi commento