15/04/21 ore

Quirinale: il rischio di una nomina delegittimata


  • Luigi O. Rintallo

Nonostante le cortine fumogene o i segnali distraenti lanciati sui media, l’occupazione principale dei politici è in questo momento rivolta all’elezione del Presidente della Repubblica che dovrà tenersi fra dieci mesi.

 

Il mandato settennale di Sergio Mattarella scade, infatti, a febbraio 2022 e secondo Costituzione, a partire da luglio, si entra nel “semestre bianco” durante il quale al Capo dello Stato è sottratta la prerogativa di sciogliere le Camere e indire elezioni politiche. 

 

Questo significa che il prossimo inquilino del Quirinale dovrà essere scelto dai membri dell’attuale Parlamento (più i delegati indicati dalle Regioni). Già questa circostanza porta con sé problemi di una certa consistenza.

 

Essi non riguardano tanto il fatto che le assemblee che lo voteranno sono prossime alla scadenza (è avvenuto anche in altre occasioni e rientra nelle possibilità, stante l’asimmetria fra mandato parlamentare e quirinalizio), ma la situazione peculiare creatasi dopo il referendum costituzionale del 2020 che di fatto ha posto le Camere attuali al di fuori del dettato costituzionale riducendone i componenti da 945 a 600.

 

A eleggere il nuovo Capo dello Stato è dunque un Parlamento in deroga, per di più uscito da elezioni con un sistema contrassegnato da premi di maggioranza che – inevitabilmente – modificano l’aderenza fra le scelte del corpo elettorale e i risultati in termini di seggi. Una condizione questa che, invero, si è determinata dal 1994 in poi con l’adozione di leggi elettorali maggioritarie. Da allora in poi i presidenti della Repubblica italiana sono stati selezionati da maggioranze parlamentari, frutto di seggi aggiuntivi che non erano espressione diretta del voto dei cittadini. 

 

Da questo punto di vista, le modifiche dei sistemi di voto introdotte dal 1993 – pur essendo determinate da maggioranze semplici a differenze di quelle costituzionali – hanno profondamente inciso sull’equilibrio dei poteri istituzionali così com’erano stati disegnati dal testo del 1948. 

 

L’elezione del Capo dello Stato veniva fatta da assemblee parlamentari elette col sistema proporzionale, che pertanto corrispondevano alla volontà espressa dai votanti e ciò contemperava la natura indiretta della scelta. Dopo Scalfaro questo non è più accaduto e se ne sono visti gli effetti, non solo sul piano politico ma anche su quello del grado di legittimazione e di rappresentatività della carica.

 

Tutti i presidenti eletti dal 1992 in avanti sono stati espressione dell’area politica del centrosinistra, che nell’ultimo quarto di secolo ha dato vita con le forze di centrodestra al particolare bipolarismo della cosiddetta “seconda Repubblica”.

 

Particolare perché in realtà non ha dato luogo a una compiuta democrazia dell’alternanza, dal momento che entrambi contenevano al loro interno indirizzi contrastanti (statalisti e liberali, giustizialisti e garantisti…) senza che si sia riusciti a scomporre/ricomporre gli schieramenti in termini di coerenza programmatica, nonché a riformare nel suo complesso il sistema politico.

 

Pensare di ripetere il prossimo anno l’elezione del Capo dello Stato con gli stessi criteri adottati per i mandati precedenti è quanto mai inopportuno. Se escludiamo Ciampi, infatti, tanto Napolitano quanto Mattarella sono stati eletti dopo il terzo scrutinio con maggioranze espressione solo delle forze alleate a sostegno del governo di centrosinistra all’epoca in carica. È per questo che le loro figure non hanno mai potuto contare sul presupposto, indispensabile per una carica di garanzia, della piena riconoscibilità da parte del Paese. 

 

Nella situazione odierna, con un Parlamento dove le forze politiche presentano un’alta frammentazione e gli stessi gruppi parlamentari risultano assai divergenti da quelli costituitisi dopo il voto del 4 marzo 2018, diventa quanto mai necessario che i partiti si accordino su un criterio di massima condiviso, a partire dalla determinazione che il prossimo candidato sia eletto entro i primi tre scrutini con la maggioranza qualificata dei due terzi.

 

Si scongiurerebbe in tal modo il rischio di veder salire al Quirinale una personalità priva, nei fatti, della legittimazione che richiede questo momento storico del Paese.

 

(foto Ansa)

 

 


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