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21/01/21 ore

Piano nazionale di ripresa e resilienza: solo vuoti e generici formulari per gestire la roba


  • Luigi O. Rintallo

Per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le ultime settimane di dicembre rappresentano forse la curva più insidiosa del suo abile slalom verso il traguardo di rimanere in carica. Entro questo arco di tempo si dovrebbe scoprire se Matteo Renzi, leader di Italia Viva e regista dell’attuale maggioranza fra partiti del centrosinistra e 5Stelle, spingerà il suo attacco al governo sino al punto di determinarne la crisi.

 

Va detto che, stavolta, le ragioni di dissidio non riguardano princìpi (quali la difesa dello Stato di diritto, come per la gestione della giustizia da parte del ministro Bonafede), né gli incarichi in settori chiave come in occasione dei precedenti “penultimatum” sempre rientrati, dopo aver soprasseduto dai primi e ottenuto soddisfazione per i secondi.

 

In gioco c’è qualcosa di più sostanzioso e decisivo: il controllo sulla gestione dei fondi di spesa previsti dal recovery fund e il tentativo da parte di Conte di accentrare a sé il processo decisionale, non solo per quel che riguarda l’utilizzo delle risorse ma anche inediti organismi preposti alla guida dei servizi di sicurezza.

 

Non è possibile, per il momento, sapere come finirà la partita – se col pareggio di un compromesso attraverso un ritiro delle velleità del premier unito a un rimpasto ministeriale, oppure con una crisi che porti o  a nuove alleanze o al voto – ma è il caso soffermarsi sia sul tipo di narrazione offerta dalle cronache giornalistiche, sia sugli evidenti limiti di approccio alla questione del piano di ripresa da parte della classe politica.

 

È significativo come, attraverso le indiscrezioni di alcuni commentatori, sui principali quotidiani sia passata la tesi secondo cui non vi siano alternative all’attuale governo se non le elezioni. Senza voler approfondire quanto essa sia frutto davvero di segnali dal Colle più alto o provenga, piuttosto, dalle comunicazioni di Palazzo Chigi, va rilevato che una simile argomentazione è quanto mai priva di fondamento.

 

Innanzi tutto perché, in occasione della cosiddetta “crisi di agosto” 2019, proprio il Quirinale si adoperò per una piena applicazione del dettato costituzionale, secondo cui prima del voto occorre verificare la possibilità di soluzioni alternative nelle aule parlamentari. Non si capisce per quale ragione non debba più valere questa lettura, tanto più che in Parlamento – dopo gli spostamenti intervenuti entro i gruppi di 5Stelle e altre forze – sono in effetti possibili svariate combinazioni di maggioranze, nient’affatto meno coese e anomale di quella attuale.

 

Se si allontana la prospettiva del voto anticipato, diventa prioritario allora affrontare il nodo di cosa fare di qui alla fine della legislatura e, soprattutto, quali interventi programmare per risollevare il Paese dalla grave crisi in cui versa. È proprio su questo versante che emergono le criticità che riguardano le modalità e i comportamenti della classe dirigente, rispetto alle proposte da avanzare in vista di un rilancio economico e sociale.

 

Di certo il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (Pnrr) presentato dal governo Conte non pare davvero incoraggiante, dal punto di vista della chiarezza di intenti e di propositi. Nelle 125 pagine che lo compongono, a parte l’indicazione della ripartizione dei circa 200 miliardi di euro previsti, fra l’altro oggetto di perplessità e meraviglia da parte di molti osservatori economici, prevalgono espressioni all’insegna di vuoti formulari e proponimenti generici.

 

Se sottoposto a un’attenta lettura, sarebbe possibile cogliere come le sue proposizioni nascondano pratiche e modalità di gestione fin troppo note. Un po’ come avviene con le parafrasi di opere letterarie arcaiche, è necessario dipanare il linguaggio involuto e criptico per scoprirne i risvolti assai più prosaici.

 

Qualche spigolatura per capire meglio. In sei paginette relative alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” (per la quale, ricordiamolo, è previsto l’impiego di ben 74,3 miliardi), troviamo una serie di formule suggestive senza che vi sia alcuna indicazione precisa circa i progetti che si intendono realizzare.

 

Lo stesso avviene per le politiche sul lavoro dei giovani, dove si parla genericamente di azioni “volte a favorire l’ingresso dei giovani al mondo del lavoro, potenziando i centri per l’impiego”, che significa di fatto finanziare apparati burocratici che sinora non hanno dato valida prova di sé.

 

L’impressione è che gli estensori del documento rispondano a tutt’altri criteri che non a quelli dell’efficacia. In quelle righe ritroviamo la mano di quella schiatta di funzionari descritta nell’amaro volumetto di Augusto Frassineti, Lo spirito delle leggi, ben accorti a creare reti di interessi e tutele. 

 

 


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