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08/07/20 ore

Di Matteo vs Bonafede: lo scontro tra rappresentanti delle istituzioni si consuma in televisione


  • Luigi O. Rintallo

La polemica divampata attorno alla telefonata che il pm Nino Di Matteo ha fatto durante la trasmissione Non è l’arena di La7, per il momento, è stata trattata dall’informazione al pari di una improvvisa fiammata subito soffocata. Secondo il membro del CSM, già procuratore in Sicilia, le decisioni sulla nomina nel 2018 del direttore del Dipartimento amministrazione penitenziaria sarebbero state in qualche modo condizionate dai mafiosi.

 

Da alcune note informative della polizia penitenziaria, ha raccontato Di Matteo, risulterebbe la reazione di alcuni capi mafia detenuti all’indiscrezione che il ministro Bonafede aveva offerto al magistrato l’incarico di direttore del Dap e il giorno dopo tale incarico sfumò nel corso di un colloquio con il Guardasigilli. Un’affermazione insidiosissima che ha lasciato strabiliato il ministro dei 5Stelle alla Giustizia, il quale – va rammentato – è il solo responsabile dei dicasteri di peso ad aver conservato l’incarico che ricopriva nel precedente governo M5S-Lega guidato sempre da Giuseppe Conte, a dimostrazione della rilevanza del suo ruolo politico nella compagine pentastellata. 

 

In effetti, a colpire di più in questo caso è il divario – davvero strabiliante – fra la gravità dell’accusa e l’inconsistenza o, se vogliamo usare un altro termine, la debolezza delle reazioni sia da parte dei politici, sia da parte dei media visto che una notizia del genere è stata data con poche parole nei servizi tg o relegata in pagine interne.

 

Se si pensa che solo un anno fa, agli inizi di  maggio 2019, sulla base di intercettazioni che, soltanto de relato e per di più senza riscontro effettuale, coinvolgevano il sottosegretario Siri, il presidente del Consiglio Conte dimostrò un’immediata sensibilità e non esitò a revocargli l’incarico, non può non risaltare il silenzio che lo ha invece contraddistinto in questa occasione.

 

Stavolta l’episodio rimarchevole ha come fonte diretta un magistrato componente del CSM, che pubblicamente in tv riferisce di un cambiamento di decisione da parte di un ministro e offre una spiegazione dai contorni inquietanti. Nella sua replica, sempre nel corso della trasmissione televisiva, il ministro conferma la sequenza dei fatti raccontata da Di Matteo, ribadendo con forza che non è nemmeno pensabile che il suo ripensamento sia dovuto a pressioni di alcun tipo. E tuttavia non fornisce alcuna motivazione del perché quella prima scelta sia stata da lui abbandonata, aggiungendo – in modo sibillino – che quella di Di Matteo “è una percezione legittima”.

 

 

Quali che siano gli aspetti reconditi di questa vicenda, occorre rilevare con forza come è assolutamente impensabile che rappresentanti delle istituzioni abbiano potuto consumare il confronto su temi di estrema delicatezza nello spazio del tutto improprio degli studi televisivi di Giletti. Ciò dà il segno di un logoramento estremo delle relazioni fra i soggetti istituzionali, la cui inerzia nel reagire è l’espressione più manifesta e drammatica.

 

Di essa si può dire che rischia di essere, nell’attuale contesto di frammentazione e debolezza politica, l’ennesimo tassello del disequilibrio dei poteri intervenuto nell’ultimo venticinquennio. È dal 1992 che gli snodi critici della nostra storia sono stati contrassegnati dall’azione intrapresa in alcune procure, determinando non solo giudiziariamente ma anche politicamente il decorso successivo.

 

Giancarlo Caselli attribuì apertamente alle inchieste su mafia e corruzione la caduta della prima Repubblica, ma ugualmente è avvenuto con altri passaggi decisivi: nel 1995 con l’avviso di garanzia a Berlusconi, che portò alle dimissioni del suo primo governo uscito dal successo del centrodestra nelle elezioni del 1994; nel 2006, quando mentre stava per nascere il Partito Democratico, l’inchiesta Unipol ne condizionò la formazione, costringendo sulla difensiva i leader dei Ds rispetto alla componente cattolica della Margherita; poi ancora nel 2008 l’indagine Why not portò prima alle dimissioni del ministro di Giustizia Mastella e quindi alle dimissioni del secondo governo Prodi; per finire con la telenovela dei processi milanesi sulle “cene galanti” del premier Berlusconi, fiaccandone definitivamente le forze in prossimità della crisi dovuta allo spread del 2011.

 

 


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