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17/10/21 ore

Laziogate, quel vizio partitocratico di tappare solo i buchi


  • Ermes Antonucci

Tutti i principali partiti italiani, con la spesso dimenticata eccezione dei radicali, erano coinvolti in una maniera o nell’altra nella depredazione dei rimborsi consiliari nella regione Lazio: dal Pdl al Pd, passando per l’Udc e l’Idv. Come hanno reagito allo scandalo e alle dimissioni della governatrice Polverini?

 

Il Pdl, ormai con le ossa rotte e allo sbando, ha annunciato un radicale cambiamento per il futuro, anche perché sembrerebbe difficile fare peggio di così. Casini ha sollecitato i partiti a essere più trasparenti e ha spiegato: "Sono stati i partiti ad aver fallito” (tutto, curiosamente, in terza persona). Di Pietro per evitare di parlare dell’operato dei propri consiglieri regionali, ha giocato la carta populista: “Quello che non fa il Palazzo lo faranno i cittadini con il referendum presentato dall’Idv che abolisce il finanziamento ai partiti”.


Bersani ha fatto sapere che il Pd “ha sbagliato a non rovesciare il tavolo” nel Lazio. Stesso concetto espresso da Esterino Montino, capogruppo Pd alla Pisana, che solo all’indomani dello scandalo si è accorto che “c’è un vuoto normativo pauroso, la legge regionale è solo di titoli, né casistica né qualità della spesa; una cura dimagrante ai costi della politica va fatta”.

 

Lo stupore, e allo stesso tempo la leggerezza, che mostrano i partiti nell’affrontare gli scandali che – purtroppo periodicamente – emergono dai consigli regionali o dalle proprie tesorerie, produce una certa confusione. La disinvoltura, infatti, con la quale la politica ammette le sue responsabilità nell’inarrestabile degenerazione organizzativa e morale che la vede coinvolta è sbalorditiva, perché allo stesso tempo non è accompagnata da alcun processo di analisi e ridefinizione del proprio ruolo.

 

Eravamo convinti, infatti, che lo scopo della politica fosse quello di articolare gli interessi della società per poi arrivare a prendere delle decisioni autoritative, e invece abbiamo scoperto che la sua funzione è diventata quella di accorgersi del suo insuccesso e provare a tappare i buchi, secondo una logica che la vede vivere e riprodursi nel proprio fallimento.

 

Una cosa da salvare, comunque, tra tutte queste incoerenti manifestazioni di responsabilità, forse c’è. Il leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani ha dichiarato: “Bisogna riflettere sul regionalismo, perché negli ultimi dieci anni c'è stata una deriva per rispondere al rischio secessione della Lega. Abbiamo imbastito un’organizzazione dello Stato e un livello di autonomia delle Regioni che non ha contrappesi né razionalità”.

 

Per questo motivo il leader democratico ha spiegato che bisogna assolutamente rivedere il Titolo V della Costituzione, modificato nel 2001: “Le Regioni hanno avuto un ruolo straordinario ma devono riassumere una coerenza in un'organizzazione statale. Dobbiamo mettere un freno alla degenerazione di questo impianto”.

 

Un’osservazione puntuale che potrebbe aprire la strada per una riconsiderazione del processo federale italiano, che ha visto negli ultimi anni una proliferazione di immensi centri di potere, ricoperti di soldi oltre che di deleghe.

 

Ma una domanda sulle dichiarazioni di Bersani si pone: il Pd prende coscienza dello stato degenerativo delle cose (al quale ha compartecipato), ma la posizione del suo segretario non sembra contenere nessuna rivisitazione del passato, ne una presa d’atto di come e chi ha sollevato il coperchio di tutto questo. Anzi, i Radicali, che hanno lavorato politicamente per fare chiarezza e dare trasparenza, vengono indicati come soggetti politici fastidiosi (vedi D’Alema a Otto e mezzo) e le loro analisi e denunce, ma anche le loro proposte di governo politico, vengono liquidate ignorandole.

 

Le nuove alleanze anche per il centrosinistra si vanno modellando con la compagnia di giro di sempre e i “molestatori” radicali esposti all’insinuazione…


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