Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

04/12/21 ore

Trattativa Stato-mafia: punti fermi e interrogativi


  • Luigi O. Rintallo

Sulla trattativa Stato-mafia e sui modi in cui è stata trattata dai nostri media, è giunto forse il momento di disporre in un elenco alcuni punti fermi e interrogativi.

 

La prima affermazione che ci sentiamo di poter ricavare dal confronto in atto è che la trattativa, in quanto tale, fra organi dello Stato e organizzazioni criminali non rientra in alcuna tipologia di reato. Fa parte delle dinamiche che caratterizzano il loro rapporto, tant’è vero che è stata continuamente praticata da polizia, carabinieri, magistrati e funzionari. L’interrogativo riguarda quando la trattativa è davvero vantaggiosa per lo Stato, che dovrebbe tutelare l’interesse pubblico, e non per i criminali. Se gli accordi presi con un collaboratore di giustizia portano a debellare l’organizzazione criminale è certamente vantaggiosa. Se, invece, generano depistaggi e confusioni non lo è più.

 

Possiamo dire che la liberazione di migliaia di camorristi e mafiosi, cosiddetti pentiti, è stata sempre un vantaggio per la collettività? Oppure è accaduto il contrario? Gli uffici delle procure, dopo Falcone e Borsellino, hanno sempre operato per il vantaggio della collettività o, in alcuni casi, hanno inseguito conferme ai loro personali pregiudizi?

 

Pentiti come Scarantino hanno allontanato dalla verità, eppure sono stati a lungo creduti. E lo stesso vale per il figlio di Ciancimino, descritto in tv come un’icona dell’anti-mafia e, solo dopo l’evidenza della sua malafede, perseguito. Ma checché ne dica Travaglio, la sua imputazione è un fatto recente dal momento che per mesi (se non anni) egli ha agito fianco a fianco coi pm. Ci è voluta la scoperta del suo libero accesso al sistema informatico degli uffici giudiziari, perché i magistrati si destassero dall’ipnosi…

 

La ricostruzione della trattativa Stato-mafia del 1992-93 si fonda su suggestioni che possono contenere elementi di verità. Le stesse contraddizioni che riguardano Riina, con il quale prima ci si sarebbe confrontati e poi lo si è arrestato, possono in effetti essere spiegate con lotte interne alla mafia. Non si capisce però quale sarebbe la colpa dei funzionari “trattativisti”, a meno che le procure non pretendano di avere l’esclusiva delle trattative con mafia e camorra. Cosa che, a dire il vero, dovrebbe essere invece scongiurata dal momento che i magistrati italiani non hanno le stesse caratteristiche di quelli americani, non essendo funzionari governativi ma membri di un ordine autonomo le cui carriere sono coincidenti con quelle dei giudici.

 

Dal 1992, la mafia non ha più compiuto delitti eccellenti. Un interrogativo va posto: investigatori e magistrati non sono forse più pericolosi per gli interessi criminali? Oppure la criminalità è stata sconfitta? O, forse, l’eliminazione dei personaggi scomodi avviene per altre vie, come la denuncia – falsa o basata su verità parziali – di collusioni che hanno portato a “mascariare” poliziotti e carabinieri, che hanno sferrato colpi memorabili al sistema criminale?

 

Le intercettazioni telefoniche sono indubbiamente uno strumento utile per le indagini. Il problema, nonostante le polemiche in atto, andrebbe però affrontato con più precisione. Di Pietro ha detto in televisione che il Presidente della Repubblica già in altre occasioni è stato intercettato indirettamente (e ha fatto riferimento a inchieste di Perugia e Firenze), ma solo ora si è mosso per richiedere l’intervento della Consulta.

 

Come afferma Travaglio, il Presidente della Repubblica è meno tutelato di un parlamentare per quanto riguarda le intercettazioni delle sue conversazioni. Solo che il problema non consiste tanto nell’essere o meno oggetto di intercettazione telefonica, quanto nel fatto che nelle interviste dei procuratori a giornali è stato reso noto che i magistrati dispongono di queste conversazioni riservate, facendo capire che in esse vi sono contenuti per lo meno inopportuni o compromettenti sul piano dei comportamenti del presidente Napolitano.

 

È il tono allusivo, il sorriso evocativo unito alla dichiarazione a creare una situazione insostenibile per le istituzioni. Se le intercettazioni non fossero state accompagnate da tutto questo, non preoccuperebbero più di tanto. Poiché ciò è avvenuto, giustificano il dubbio che quelle intercettazioni, pur ininfluenti sul piano delle indagini, servono ad altro, diventano strumento di una lotta politica dai contorni poco chiari.


Aggiungi commento