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21/09/20 ore

I mali della giustizia possono attendere



di Gianfranco Spadaccia

 

“Su questo giornale, discutendo con Pieroni dei mali d’Italia, la campagna elettorale appena cominciata, mettevo al primo posto le carenze e disfunzioni dell’amministrazione della giustizia. Speravo – credevo, e mi aspettavo – che un tal male trovasse priorità fra quelli che la compagine governativa venuta fuori dalle elezioni dovrebbe e deve affrontare. Ma mi pare che sia stato non contemplato, e come accantonato: forse appunto perché si presentava come il più spinoso. Il che non mi pare un buon segno. L’espressione ‘rimandare a miglior tempo’ non fa davvero al caso, se si rimanda, si rimanda a peggior tempo. Un simile problema non può trovare nel tempo attenuazione: può soltanto aggravarsi. E si aggraverà se non si trova rimedio”. Lo scriveva Leonardo Sciascia in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 agosto 1983, riferendosi al programma del Governo appena formato dall’On. Cossiga.

 

Da allora sono passati 31 anni e ciascuno può rendersi conto di quanto, nel lungo arco di tempo che separa il Governo Cossiga dal Governo Renzi, i mali della giustizia italiana si siano aggravati. Nel suo programma il nuovo Presidente del Consiglio ci ha informato che di riforma della giustizia si sarebbe parlato soltanto a giugno, dunque dopo la scadenza del 28 maggio fissata dalla CEDU all’Italia per rimuovere le inumane condizioni di sovraffollamento nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Ma anche a giugno le priorità indicate nell’azione di governo sono la giustizia civile e una per ora nebulosa riforma del diritto amministrativo.

 

Dunque il diritto penale può attendere: con la lunghezza dei suoi processi, le prescrizioni affidate alla discrezionalità dei giudici, il sovraffollamento carcerario, il 40% di detenuti in attesa di giudizio. Inutilmente il Presidente Napolitano aveva tradotto in un messaggio alle Camere, utilizzando dunque uno strumento costituzionale, i numerosi moniti che sulla questione a partire dal 2011 aveva rivolto alle forze politiche e alle altre istituzioni per richiamarle alla responsabilità di affrontare quella che aveva definita “una prepotente urgenza”. Il suo appello è caduto nel vuoto di un tardivo e distratto dibattito parlamentare che ha sostanzialmente disatteso il solenne richiamo presidenziale.

 

In questo regime partitocratico quando si devono fare i conti con i fondamenti dello Stato di diritto senza cui non esiste democrazia, anche il Capo dello Stato può essere trattato come un radicale qualsiasi. La prefazione alla edizione italiana del libro di uno scrittore messicano Federico Campbell, “La memoria di Sciascia”, in uscita a maggio per i tipi di Ipermedium libri, mi ha offerto l’opportunità di immergermi in una rilettura dell’opera dello scrittore siciliano che fu parlamentare radicale nella legislatura 1979-1983. Ho tratto quella citazione da uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua morte “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”, in cui raccolse gli articoli dedicati ai mali della giustizia, scritti in un arco di tempo che va dal 1979 fino al 1988 per L’Espresso, per Il Corriere della Sera e per La Stampa.

 

Dovremmo tutti, anche Renzi, anche chi ha timore di nuovi scontri (come li definiscono? Ideologici) fra cosiddetti giustizialisti e cosiddetti garantisti, tener conto di quell’ammonimento di Sciascia perché nella memoria di quegli anni, troviamo l’origine dei mali attuali della giustizia. Ne consiglio la rilettura in particolare al nuovo ministro della Giustizia, quell’Andrea Orlando che già in passato ebbe l’incarico di occuparsene per la segreteria del PD e dimostrò di avere una non scontata e non conformista consapevolezza dei problemi. E per questo forse (ebbe il coraggio di parlare del superamento del feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale in una intervista al Foglio) fu presto rimosso...

 

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