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30/05/24 ore

Italia, l’ex quinta potenza industriale del mondo


  • Silvio Pergameno

Politologi del livello di Piero Ostellino, intellettuali come Ernesto Galli della Loggia, nel denunciare entrambi, sul Corriere della Sera, i mali dai quali l’Italia è oggi dilaniata - o giornalisti come Salvatore Merlo che sul Foglio si sofferma in un’ampia riflessione sulla figura di Mario Montie sulla vicenda di Scelta Civica - finiscono tutti per incorrere in un errore di fondo, che questa Agenzia ha puntualmente denunciato nei giorni scorsi: offrono ampie considerazioni sullo stato di decadenza nel quale l’Italia oggi versa, ma senza alcun approfondimento di carattere storico sulla vicenda del nostro paese, senza cercare di comprendere come mai un percorso liberale in Italia è sempre stato accuratamente evitato dalle classi dirigenti ovvero apertamente combattuto.

 

E' stato così con la vicenda democristiana, nella quale all’interno della DC hanno prevalso i portatori del cattolicesimo sociale su quelli del cattolicesimo liberale (peraltro deboli e incerti); è stato così con la vicenda socialista, combattuta con accanimento dal PCI, che alla fine ha vinto…senza riuscire a evitare il suicidio. Ostellino, Galli della Loggia, Merlo si fermano sulla soglia del baratro, con il risultato che i lettori restano con la sensazione che la colpa sia tutta degli italiani, popolo incapace di democrazia, affetto da tare ereditarie inguaribili.

 

Questo discorso in gran parte si calibra sulle presenti difficoltà economiche del nostro paese, sull’incapacità di effettuare riforme di contenuto socio economico, del quale non si riesce a leggere la matrice politica né ad individuarne la genesi nel modo di essere dei principali partiti e sindacati e nelle premesse culturali alle quali essi si sono ispirati.

 

Che l’Italia sia destinata a un percorso di declino (parallelo a quello avviatosi alla fine del secolo quindicesimo – per quanto questi parallelismi possa valere) è certo possibile, ma non si spiega allora come mai negli anni ottanta del secolo scorso l’Italia fosse la quinta potenza industriale del mondo: un popolo di cialtroni, sciattoni e spendaccioni non è in grado di raggiungere tali livelli, quali che siano state le circostanze che possano averne favorito l’ascesa (prima di tutto la posizione di spicco che nella guerra fredda la divisione del mondo nei due blocchi le assicurava: non dimenticare mai che la politica estera è sempre la componente prevalente nella storia dei popoli).

 

Ma è un destino che – attenzione - grava sulla testa anche della Francia, dove l’incapacità di uscire dal nazionalismo di fondo e da un laicismo di stampo démodé fanno riemergere con insistenza l’interrogativo lepenista, versione degradata del gollismo degli anni sessanta, mentre interrogativi non meno gravi pesano sulla Germania, anche se esposta ai rischi della forza e non tanto a quelli…della debolezza, ai rischi sul terreno politico se non a quelli sul terreno economico.

 

Non dimentichiamo che sono esistite due Germanie; quella prussiana e militarista così detta di Potsdam e quella weimariana (a Weimar viva Goethe e la città fu sede della prima repubblica tedesca dopo la prima guerra mondiale): e oggi la prussiana Merkel o il renano Adenauer? La storia non si ripete, tranne che nelle approssimazioni delle scienze sociali, ma il paragone è intrigante.

 

In Italia la svolta autoritaria sarà (anzi è), impalpabile, ma incombe su tutti i paesi europei, mentre l’Inghilterra torna a un isolement non tanto splendid. Il percorso sarà soft, perché non siamo più nella prima metà del novecento: sarà (è) stile Mario Monti, prima di scelta civica: cioè nella forma indiretta (non certo attribuibile a Monti) di progressiva perdita di peso di partiti e sindacati, di autoritarismo giudiziario, di parlamenti che si fanno votare con voto palese non segreto. Altrove avrà i caratteri delle storie nazionali di ciascuno.

 

Discorso su cui tornare, ovviamente; scusandoci per le approssimazioni.

 

 


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