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17/06/24 ore

Europa, dove va Angela Merkel?


  • Silvio Pergameno

La vittoria di Angela Merkel nelle elezioni tedesche di domenica scorsa riporta necessariamente in primo piano il discorso su quali saranno, se ci saranno, le mosse della rinnovata Cancelliera al livello delle istituzioni europee. Ma prima di tutto occorre chiedersi quale sarà il nuovo governo a Berlino.

 

La CDU-CSU della Merkel non ha i voti sufficienti per governare da sola (anche se gliene mancano pochi) e tutti danno quasi per scontato che si tornerà a una grande coalizione: grande forse sì, ma forse un po’ meno coalizione, stante l’insuccesso dell’SPD, il partito socialdemocratico.

 

Angela Merkel ha detto che avvierà consultazioni con i socialdemocratici ma, ha anche aggiunto, senza escludere altri contatti, in altre parole con i verdi, l’unico partito con il quale potrebbe essere possibile formare un governo, ove il tentativo con l’SPD di rivelasse infruttuoso. E quest’ultima ipotesi non appare affatto da scartare, perché i socialdemocratici speravano in un recupero consistente, che viceversa non c’è stato; e il partito è rimasto scioccato.

 

È infatti certamente vero che dieci anni fa l’SPD era al suo minimo storico, anche per effetto dei drastici provvedimenti presi dal Cancelliere Schröder al fine di avviare una politica di recupero per una Germania che appariva in declino, ma oggi gli effetti di quella politica, poi tenacemente perseguita dalla Cancelliera anche con i liberali nella passata legislatura, sono sotto gli occhi di tutti, solo che a beneficiarne è stato il partito avversario, per il quale una politica di rigore appariva più accettabile, mentre essa è evidentemente sembrata del tutto indigeribile a un elettorato di tradizioni e idee di stampo socialista.

 

E in campo socialista traspare che l’eventuale trattativa con la CDU-CSU non sarà affatto facile. Né può considerarsi un’ipotesi del tutto astratta quella di una convergenza del partito vincitore con i verdi, che in questi ultimi anni si sono rivelati sempre di più un partito di centro e di recente hanno formato governi con la CDU nei Länder di Amburgo e della Saar, mentre dal canto suo la Merkel ha rinunciato al nucleare e in politica estera ha sposato posizioni di impronta pacifista.

 

I verdi poi probabilmente opporrebbero minori resistenze a qualche eventuale passo in avanti nella costruzione europea, un discorso al quale, in particolare nell’ultima parte della campagna elettorale, la Cancelliera ha fatto parecchio riferimento soprattutto al fine di contrastare l’”Alternative für Deutschland”, neoformazione nettamente antieuropeista, che non ha superato la soglia di sbarramento del 5%, ma ha ottenuto comunque un rilevante il 4,7% (e alle prossime elezioni europee lo sbarramento è solo del 3%).

 

Quel che appare certo è che nel clima nazionale che domina la vita politica tedesca, tutti i partiti continueranno a ragionare nei termini degli interessi nazionali e che una politica di maggiore apertura europea provocherebbe un aumento dei suffragi a favore dei partiti antieuropei.

 

I rischi per la democrazia non stanno nel modesto revanchismo dei nostalgici del nazismo o del fascismo, ma nelle chiusure nazionali che mortificano la democrazia e nello stesso europeismo di maniera, dietro il quale le mortificazioni nazionali si consolidano insieme con il diffondersi della convinzione che siccome l’Unione Europea non solo non va da nessuna parte ma non ha una vera struttura democratica, allora è meglio farla finita con questa utopia.

 

I rischi per l’Europa insiti in questa situazione sono evidenti, ma anche soggetti politici che li avvertono, ad esempio la nota parlamentare europea Sylvie Goulard (che proviene dal Mouvement Démocrat di François Bayrou, e della quale è uscito in questi giorni il libro “Amour ou chambre à part?”) restano figli delle impostazioni e dei percorsi culturali prodotti nell’ultimo mezzo secolo e che sostengono questa Europa degli stati nazionali, ormai decisi a non farsi più guerre, ma ben trincerati nella loro frammentate e inutili sovranità.

 

E così si denuncia che la Commissione europea fatta di delegati dei governi non ha mandato a governare su altri stati e il Parlamento europeo non legifera e non controlla, cioè al livello europeo non c’è democrazia: i popoli non lo tollereranno più a lungo, l’ euro non reggerà, gli interessi nazionali vanno difesi al livello europeo, dove si troveranno altre opportunità e altra credibilità; l’Unione europea non ha previsto la crisi e non è in grado di tracciare un percorso di crescita per tutti gli stati membri…è la strada che continuerà a portare ai fallimenti dei trattati che avevano profili sovranazionali e dei progetti di costituzione.

 

Occorrerà ripercorrere invece i percorsi culturali, spirituali, emotivi che hanno portato gli stati nazionali europei, sotto le cui bandiere la democrazia liberale si è affermata in Europa, a produrre le tragedie della politica di potenza, delle dittature, delle guerre del secolo passato, e analizzare le ragioni per le quali la persistenza delle sovranità nazionali europee marca giorno dopo giorno la decadenza dell’Europa, la sua irrilevanza al livello mondiale, la riemersione di una Russia che torna a ripercorrere la strada dell’imperialismo zarista prima e sovietico dopo, l’indifferenza che dopo aver trafficato con i tanti dittatori del postcolonialismo oggi lascia morire le primavere arabe (fatti loro che non ci riguardano?), riconsegna all’islamismo la Turchia di Ataturk e impedisce all’Europa di diventare un partner efficiente per gli Stati Uniti per la promozione della democrazia nel mondo.

 

Quando l’Italia si è unificata la classe dirigente si pose subito il problema del mezzogiorno senza acquedotti e senza strade…Su tutto questo dovrebbe aprirsi un dibattito con Angela Merkel.


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