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29/06/22 ore

Una certa sinistra e i referendum


  • Silvio Pergameno

La raccolta delle firme per i dodici referendum promossa dal partito radicale poteva essere semplicemente oscurata a sinistra come d’uso in consimili evenienze ormai da tempi remoti, ma l’adesione del Condannato che non si rassegna ha risvegliato vecchi istinti, dai quali la nostra gauche non ce la fa ad emanciparsi: così capita che si costringa a fare fagotto un gruppetto di militanti radicali con il loro banchetto, i moduli e le penne biro oppure si moltiplichino le critiche a Luciano Violante, ex giustizialista, perché sostiene che, davanti alla Giunta per le elezioni del Senato, l’Impresentabile ha il diritto di difendersi. Orrore! Berlusconi va cacciato e basta! O vogliamo buttare al vento venti anni della nostra storia?

 

E tutto questo benché le consultazioni per le quali si chiede la sottoscrizione attengano a temi ai quali l’elettorato progressista è sicuramente sensibile: diritti civili, carcerazione preventiva, divorzio breve, riforma della giustizia in senso garantista…nel 1987 sulla responsabilità dei giudici ci furono tante firme di magistrati democratici, firmò Leonardo Sciascia….

 

Non si vuole qui generalizzare, perché sugli attuali temi referendari nel PD sostenitori convinti certo non mancano, ma il PD come tale non riesce a venirne in capo di atteggiamenti e comportamenti decisamente fuori tempo e soprattutto non riesce a riformare se stesso.

 

La sinistra postcomunista (come il PCI) ha continuato ad osteggiare i referendum, istituto di democrazia diretta, inserito nella costituzione come bilanciamento alla democrazia parlamentare. Esso fornisce infatti al popolo un mezzo per abrogare una legge approvata dal parlamento: un ruolo istituzionale altamente significativo proprio per la configurazione della nostra democrazia, perché si tratta di un limite al parlamentarismo illimitato che genera la partitocrazia; e allora si spiega bene come mai i sostenitori del ruolo centrale del “Partito” vedano di mal occhio una possibilità data all’elettorato di ficcare il naso nei fatti loro.  

 

Un partito, come il PCI, strutturato al suo interno sul principio del “centralismo” sia pur “democratico” non poteva non vedere nel referendum un meccanismo istituzionale in grado di sconvolgere il suo modo di esistere e di fare politica, per il quale le decisioni venivano prese nel comitato centrale e poi trasmesse alla base, attraverso l’apparato che con i suoi funzionari, (ben formati nelle scuole di partito da intellettuali organici di alto livello) si incaricava di dare corpo alla partecipazione degli iscritti, convocati nelle sezioni, informati sulle decisioni prese dall’alto, indottrinati sulla necessità e bontà delle stesse, forniti degli strumenti per difenderle e diffonderle in tutto il paese.

 

Dietro quel PCI c’era l’Italia dei contadini e degli operai, l’Italia poverissima, con poche strade e  tantissime case senza rubinetti e senza bagni e telefoni, con larghe sacche di analfabetismo, compreso quello di ritorno, l’Italia dove pochissimo si leggeva, dove non esisteva ancora la televisione e anche la radio era un lusso…ecco allora il partito di massa, portatore di una democrazia tendenzialmente totalitaria, per il popolo, che specialmente nei piccoli centri trovava il suo referente nel parroco (esponente locale del cattolicesimo concordatario), l’alter ego del segretario di sezione e dove lo stato era il maresciallo dei carabinieri…don Camillo, Peppone, la Bersagliera…un’Italia che non esiste più e che soltanto i più anziani ancora ricordano.

 

Il nostro paese è evoluto sul piano economico e sociale, nei momenti migliori è arrivato ad essere la quinta potenza industriale del mondo, ma il progresso politico non c’è stato, la società aperta non si è formata, il blocco storico si è frantumato, certo, ma dando luogo a una polverizzazione di corporazioni, strettamente ancorate ciascuna nella difesa di diritti diventati privilegi, sindacati di padroni e di lavoratori in testa…e nel PCI, diventato poi PDS, DS, è sopravvissuto un apparato esso pure frantumato al suo interno e nel quale l’afflusso di componenti esterne ha aggiunto altre corporazioni ad arricchire la bagarre. Non si è avviato alcun grande dibattito interno, non ci sono stati interrogativi di fondo…non c’è stata la rivoluzione liberale, come non c’è stata nella destra di oggi, dove pure sono affluiti tanti residui del passato che allegramente si scontrano tra di loro e per i quali è uscito, fortunosamente, soltanto un collant all’ultimo momento nel 1994.

 

E così, mentre nel paese i primi partiti diventano quelli dell’astensione e del ribellismo, nel PD domina la lotta tra fazioni e la disperazione cerca rifugio nel partito dei sindaci, a cominciare da Matteo Renzi, che oggi, con Franceschini che si schiera pubblicamente per lui, da rottamatore scivola a restauratore (di una prospettiva postdemocristiana), avversario di un Cuperlo sul quale convergono per forza di cose gli altri, a cominciare da Massimo D’Alema che ora precisa che Renzi a lui va benissimo, non a via del Nazareno, però: meglio a palazzo Chigi.

 

E noi liberali manderemo al prossimo congresso del PD un manuale Cencelli, riveduto e corretto…

 

 


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