Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

19/08/22 ore

Il 30 luglio (2013)


  • Silvio Pergameno

Il 30 luglio di quest’anno può diventare una data che resterà nella storia del nostro paese: l’anticipo a tale data dell’udienza in Cassazione del processo Mediaset non dovrebbe meravigliare, in quanto sembra proprio che il corso dei processi concernenti il Cavaliere sia sempre stato piuttosto rapido, mentre desta meraviglia l’insistenza con la quale il leader del centro destra persevera in quello che è sempre stato il suo errore di fondo: prendersela con i magistrati, con l’effetto di ricompattarli tutti nella difesa della propria posizione, nonostante il fatto che l’attuale assetto del terzo podere presenti aspetti molto pericolosi.

 

Prendersela con la magistratura ha poco senso, soprattutto quando si sono sprecate  due intere legislature e tre quinti di una terza senza nemmeno avviare un approfondito dibattito sui problemi della giustizia e il PdL ha dovuto attendere i referendum promossi dal partito radicale per dare l’impressione di voler cominciare a compiere un primo passo nella direzione giusta.

 

Il “caso Berlusconi” mette in primo piano il più rilevante dei problemi della giustizia italiana, un problema di natura essenzialmente costituzionale: il rapporto tra il potere legislativo e quello governativo da una parte e il potere giudiziario dall’altra, e cioè quello della divisione dei poteri, problema che – con un pizzico di ironia – si potrebbe anche integrare con un principio sui generis: una sorta di principio di reciprocità: se il potere politico deve rispettare l’indipendenza dei giudici, il potere giudiziario deve rispettare l’indipendenza del potere politico o, meglio, dei poteri, quelli che cioè traggono la loro legittimazione dal suffragio popolare.

 

Facciamo un esempio: il magistrato fissa la data di una convocazione di un membro del governo o del parlamento: governo o parlamento non hanno alcun potere di influire sulla determinazione di tale data; reciprocamente, allora, parlamento o governo debbono poter opporre che a detta data il fatto che il parlamentare o il ministro non possono esser presenti, senza che il magistrato possa obbiettare alcunché. E così ovviamente, e anzi maggiormente, in materia di sottoposizione a giudizio o di esecuzione delle pene principali o accessorie.

 

La materia è ovviamente complessa, ma non si può ammettere che un deputato, un senatore o un ministro possa essere privato di poteri e funzioni dal terzo potere, come, per converso, un magistrato non può essere estromesso dalla magistratura o comunque privato delle sue funzioni per volontà del governo o del parlamento.

 

La questione deve essere vista, naturalmente, da un livello più alto. Perché in tempi recenti è già successo che per effetto dei processi di Manipulite il panorama politico italiano è stato sconvolto. Al di là delle polemiche politiche, è chiaro che si tratta di fenomeni che non debbono accadere, perché la democrazia ne resta intaccata.

 

Non c’è alcuna necessità di mettersi a discutere sulle sentenze e sui comportamenti dei giudici ed è sbagliato pensare che le riforme della giustizia, quelle che rientrano nel quadro della divisione dei poteri come tutte le altre di cui tante volte si è parlato su Agenzia Radicale e su Quaderni Radicali, debbano essere ritenute necessarie a causa di comportamenti della magistratura ritenuti abnormi; anche sul terreno politico le motivazioni vanno ricercate nelle conseguenze delle sentenze e di altri provvedimenti giudiziari che si determinano al livello politico, indipendentemente dal fatto che si tratti di provvedimenti giusti o sbagliati, anche perché al punto in cui ci troviamo oggi in Italia la certezza del diritto si è ormai ridotta a una pura aspirazione e tante decisioni dei magistrati si prestano a essere variamente interpretate.

 

C’è peraltro una contropartita, squisitamente politica, a tutto questo discorso: le forze politiche debbono mettere la testa a posto e farla finita con l’uso abnorme dei pubblici poteri per fini di partito; vale per il finanziamento pubblico, vale per la spesa pubblica, vale per le leggi elettorali, vale per tutta la gestione corporativa dei pubblici apparati…. 

 

 


Aggiungi commento