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25/01/22 ore

Elezioni, quale vittoria nella sconfitta


  • Silvio Pergameno

La consultazione elettorale testé conclusasi (si fa per dire …) ha dato il risultato che era lecito attendersi e che era stato anche, sia pur sommessamente, previsto da varie parti: una situazione di ingovernabilità, della quale non sarà facile venire in capo. Una conseguenza però non è stata tratta da nessuna parte politica e da nessun candidato: cioè il fatto che la vera vittoria, nella confusione che sarebbe emersa dal voto, stava, paradossalmente, nell’uscirne con una bella sconfitta.

 

E’ certo l’esito del Porcellum, escogitato a suo tempo da Calderoli, legge elettorale che però il PD – nella previsione di una vittoria travolgente – ha accuratamente evitato non solo di sostituire, come chiedeva insistentemente il Capo dello stato, ma anche di modificare, come il PDL – per attenuare le conseguenze del parallelo pronostico di incorrere in una sconfitta altrettanto vissuta nel fondo dell’anima – aveva cercato di suggerire.

 

Ragioni di bassa cucina elettorale … C’è stato, comunque, un certo repulisti di tante fatue velleità , di personalismi, di estremismi da operetta, ma resta l’assurda vittoria di Grillo e quella, comprensibile, dell’astensione e resta il problema politico del nuovo governo, perché i numeri al Senato si possono pure trovare, magari, pescando nel composito schieramento delle 5 Stelle.

 

Ma con quale faccia umiliarsi a chiedere il sostegno di una scatola vuota? E perché mai il l’ex comico ha proibito a tutti i canditati di comparire in televisione? La risposta è semplice: quali performances che i suoi avrebbero fornito? con il rischio di sbaraccare il tutto ancor prima del voto.

 

Sul terreno politico, allora, una grande coalizione, ma con sinceri mea culpa in entrambi i maggiori partiti interessati, oltre alla presenza di una figura leader in grado di imporsi per autorevolezza. Si darebbe almeno l’impressione in Europa (un fatto che c’è, non va dimenticato) che riusciamo almeno a passarci una mano sulla coscienza.

 

E poi forse oggi appare qualche elemento positivo sulla strada dell’uscita dalla crisi. Prima di tutto perché pare che adesso anche a Berlino – visto come stanno andando le cose in Grecia – maturi la convinzione che un’austerità portata alle estreme conseguenze finisce con l’ammazzare il debitore.

 

La Germania poi non può dimenticare che il maltrattamento punitivo subito nel primo dopoguerra fu tra le cause determinanti dell’avvento del nazismo, mentre la mano tesa offerta nel secondo è stata la premessa sulla cui base Adenauer – in unione con De Gasperi e Schuman - ha gettato le basi di un paese democratico e ricco … né ignorare che che per essere un leader dell’Europa deve farsi carico dei problemi di tutti).

 

Inoltre, perché anche per un debitore pesante come l’Italia esiste una possibilità di recuperare evasione fiscale vera (altro che l’invasivo redditometro!), facendo i conti con la massa di elusori che hanno portato i soldi all’estero e con quanti questi soldi se li sono allegramente presi.

 

E infine, e soprattutto, perché - finalmente - dal di là dell’Atlantico è giunta la proposta del presidente Obama della creazione di una zona di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa, che apre prospettive sconfinate e si pone sulla scia della politica che il partito democratico segue ormai da cento anni nei rapporti con l’Europa: e cioè che quando il continente antico si mette nei guai arriva lo zio Sam …, come nel 1917, come nel 1941, come nel 1947 (piano Marshall, che sarebbe bene ricordare sempre nella denominazione ufficiale: “E.R.P.”: Programma di Recupero dell’Europa).

 

Si invocava, qualche riga più indietro, un “mea culpa dei partiti”, perché i partiti sono usciti sconfitti tutti quanti da queste elezioni: Bersani, perché ha stroncato la forte affermazione di Renzi alle primarie, che poteva fargli avere i voti dei delusi di Berlusconi, che allora il Berlusca han preferito tenerselo; Berlusconi, perché non ha capito che la destra è altro e avrebbe dovuto sostenere Monti, pur evidenziando i limiti degli indispensabili interventi di emergenza; Monti, perché al meeting del World Economic Forum di Davos, invece di andare a raccogliere gli applausi dei big della finanza mondiale, avrebbe dovuto spiegare i rischi del suo operato e perché era meglio, anche per lui, se non si fosse candidato alle elezioni.

 

Comunque, a ben vedere, non è un male in sé che le cose siano andate così. Se centrodestra e centrosinistra avranno coscienza di questa realtà, c’è speranza che, per quanto ci riguarda come Italia, si possa cominciare a compiere qualche passo avanti (senza inciuci). Altrimenti per il nostro paese possono presentarsi rischi grossi, con una classe dirigente inadeguata e all’interno di un’Europa tuttora convinta che la democrazia si salvi a Parigi, a Londra, a Berlino o nelle virtuosissime capitali del nord.


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