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15/07/24 ore

Spending review, la strenua difesa della spesa improduttiva


  • Silvio Pergameno

 

I tagli alla spesa pubblica rappresentano la premessa, o almeno una delle premesse, per poter procedere alla riduzione delle imposte e quindi a un rilancio dell’economia; un’altra potrebbe essere naturalmente quella dell’ alienazione di patrimonio pubblico, strumento molto più lento e non privo delle sue difficoltà, perchè si tratta di scegliere cosa vendere, di trovare acquirenti a prezzi convenienti, di procedere evitando i facili arrembaggi…oppure la famosa tassa patrimoniale, del resto già in atto con l’lCI e l’IMU, che non sono imposte sul reddito e che non sembra logico potenziare proprio se si deve ridurre il peso fiscale.


Il governo quindi ha studiato un programma di riduzione della spesa pubblica, ispirandosi al criterio di tagliare le spese improduttive. Si tratta di un intervento ridotto, si direbbe strettamente calibrato in relazione alle esigenze la cui soddisfazione è strettamente indispensabile in relazione al contenimento minimo del debito pubblico, necessario per evitare guai peggiori.


E qui ovviamente nascono le difficoltà con le quali Monti e i suoi ministri si dovranno confrontare, in quanto l’approvazione parlamentare del piano si presenta come il passaggio più difficile dal momento dell’incarico ricevuto lo scorso novembre dal Presidente Napolitano. Con un po’ di malignità si potrebbe osservare che probabilmente il percorso sarebbe stato molto più facile se si fosse deciso di tagliare la spesa produttiva, per la semplice ragione la spesa improduttiva è quella che più sta a cuore in generale al ceto politico e al vasto sottobosco corporativo nel quale è sclerotizzata ampia parte del sistema dei poteri reali in Italia.

 

Proprio l’altro giorno, la presentazione del numero 3 del “numero 3 del MESE di Quaderni Radicali ha fornito l’ occasione per un approfondito flash sulla funzione del finanziamento pubblico all’editoria, ad esempio, che non è certo quello di concorrere al miglioramento dell’informazione e alla migliore realizzazione del diritto di espressione.


E’ il discorso che si ripropone in termini identici per il variegatissimo ventaglio della spesa pubblica in tutte le sue articolazioni e investe in pieno la riforma di uno stato sociale che è stato costruito come meccanismo affidato alla gestione delle corporazioni partitiche e sindacali: riformarlo significa intaccare a fondo questa gestione.


Su questo percorso il ruolo dei partiti è fondamentale, proprio perché essi gestiscono lo snodo fondamentale del meccanismo complessivo con il loro dominio sul parlamento, debbono dare e mantenere la fiducia al governo, formare le leggi e impersonare il luogo di rappresentanza di quanto è presente e agisce nel paese: quella italiana è infatti una democrazia parlamentare.


I partiti gestiscono sia la larga fetta di reddito politico di cui vive (e non di rado prospera) un imprecisabile ma assai cospicuo numero di italiani, sia le articolazioni complessive di tutto l’intervento pubblico, che investe più o meno profondamente tutta la nostra vita economica e sociale.


I cittadini, dal canto loro, in larga parte associati e confederati a tutela degli interessi settoriali, dispongono dell’arma del voto, il cui uso quindi viene finalizzato alla tutela e alla promozione esasperata degli interessi particolari e non certo di quello generale, con conseguenze che si sono sommate per decenni e che hanno determinato quel disastro che ha provocato il deciso intervento del Presidente della Repubblica lo scorso novembre.


E’ stato così avviato un percorso virtuoso, che, comunque, ha già incontrato resistenze corporative (soprattutto nel caso della riforma dei contratti di lavoro) e che si avvia ad affrontare un percorso altamente rischioso ora che si tratta di tagliare i cordoni della borsa (mentre le esperienze passate non fanno che rafforzare i timori, in quanto i tentativi sia di Prodi che di Berlusconi hanno portato a fallimenti clamorosi).


Si può contare sul ruolo dell’Europa? Certo questo ruolo non può essere demonizzato, ma non può nemmeno essere esaltato. E’ ben vero infatti che non di rado provvedimenti significativi al livello istituzionale nazionale sono stati adottati sotto la pressione delle istituzioni europee, ma è altrettanto vero che queste istituzioni non funzionano nel quadro di un governo legittimato da un voto popolare e di un parlamento rappresentativo dotato dei normali poteri di legislazione e controllo.


Le loro decisioni, quindi, non hanno forza operativa diretta e per di più esse, di fatto, sono dominate dai paesi più forti, con la conseguenza che il nostro continente resta privo di una vera gestione politica (non solo finanziaria) del suo presente e del suo avvenire e che la responsabilità operativa continua a ricadere sulle istituzioni nazionali e sulle forze politiche che le rappresentano.


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