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13/12/19 ore

Riforma della Giustizia: troppo seria per ridursi a rischiosi slogan



intervista all’avv. Fabio Viglione

 

Il ddl sulla riforma della Giustizia è fonte di molte polemiche. Quella che segue è un’intervista all’avv. Fabio Viglione che evidenzia le perplessità che questa bozza suscita…

 

L’annunciata riforma della giustizia è stata in queste ore più oggetto di divisioni che di intese all’interno del Governo  

         

Ho letto gli annunci sulla stampa ed ho dato uno sguardo alle linee di riforma, soprattutto in relazione al processo penale.  Credo bisognerà attendere una nuova intesa, a quanto pare, per l’approvazione di un testo condiviso.  Mi sembra che ci sia troppa fretta ed il periodo non aiuta. Quando si modificano norme che disciplinano il processo penale la ponderazione delle scelte è quanto mai essenziale. È proprio in questa ponderazione che credo si debba aprire un confronto ampio e massimamente scevro da frenanti ideologismi, da spinte populiste e ricerca di facili consensi. Forse sbaglierò ma avverto la tentazione di dar corpo a semplificazioni utili ad impressionare il proscenio, scarsamente ancorate alla peculiarità dei problemi vissuti sul campo. Quei problemi per la cui risoluzione non servono slogan o interventi di facciata. 

  

La riforma viene annunciata come in grado di velocizzare il processo

 

Si vuole velocizzare il processo? Chi può non essere d’accordo! La lentezza dei tempi di accertamento, al netto di ogni altra considerazione, è la principale causa di sfiducia dei cittadini nei confronti del Servizio Giustizia e, per l’effetto, nei confronti delle istituzioni. Una giustizia lenta è sempre una giustizia ingiusta.  Ma quanto avvenuto di recente, proprio in materia di giustizia penale, non rappresenta di certo quella solida base sulla quale innestare il turbo…. 

 

Qualche riferimento in particolare ?

 

I riti alternativi al dibattimento sono stati depotenziati. Al contrario, si sarebbero dovuti rendere più facilmente accessibili e incoraggiati. Per non parlare di una seria e massiccia depenalizzazione. Come si fa a pensare di deflazionare il contenzioso e ridurre i tempi in queste condizioni? Come si può indicare un numero di anni entro il quale si celebreranno i processi?  Mi sembrano previsioni non ancorate a solidi correttivi. Si sta inseguendo la scelta, già assunta, di abolire la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Per non determinare l’inevitabile conseguenza di avere un processo potenzialmente eterno si dovrebbero in pochissimi mesi prevedere una serie di riforme per la velocizzazione dei tempi di trattazione.

 

Mi sembra una missione impossibile. Il problema va rovesciato. Alla prescrizione non bisogna arrivare ma eliminandola dopo il primo grado si consegna al sistema un rimedio peggiore del male.  Non è concepibile che un cittadino trascorra la propria vita a fare l’imputato. Se assolto nessuno lo rimanderà alla casella di partenza come nel Monopoli, se condannato, espierà la pena “un’altra persona”. 

 

Ma è un problema che riguarda il lavoro dei magistrati?

 

No. La gran parte dei magistrati è sommersa dal numero esorbitante dei contenziosi e quando non c’è una proporzione non dico virtuosa ma neanche normale tra risorse e attività da svolgere i ritardi diventano fisiologici. È inesigibile pretendere velocità se il rapporto è quello che i numeri ci consegnano. L’esercizio dell’azione penale obbligatoria comporta la necessità di mettere i magistrati nella condizione di studiare e determinarsi con i necessari tempi di approfondimento. La velocità va rapportata anche alla delicatezza dell’accertamento.

 

Siamo sicuri che non si possa incidere nella selezione del “penalmente rilevante”? Che non sia il caso di trasformare molte ipotesi di reato in illeciti di diversa natura? Forse una massiccia depenalizzazione sarebbe difficile da far digerire se si propone all’opinione pubblica una esasperazione della potestà punitiva o se, come sta avvenendo, si è tornati al modello carcerario come riferimento sanzionatorio.  I reati contravvenzionali andrebbero ripensati.

 

Anche un procedimento per un reato contravvenzionale richiede studio, applicazione, adempimenti, attività istruttorie, attività di notifica.  Forse la fase dell’udienza preliminare, quale filtro delle imputazioni, dovrebbe essere potenziata per assolvere ad una effettiva funzione. Maglie più strette o scarsa utilità in ottica deflattiva per evitare molti dei processi che approdano al dibattimento. Senza dimenticare che i riti alternativi al dibattimento andrebbero massimamente potenziati ed incoraggiati.

 

Al contrario, vengono demonizzati, spesso in chiave di consenso demagogico, quando in caso di condanna, comportano benefici premiali, in termini di riduzione della pena, per chi li sceglie. Anche il “patteggiamento” che determina la massima economia processuale. Da ultimo è stata eliminata la possibilità per i reati puniti con la pena dell’ergastolo di essere definiti con il “rito abbreviato”. Non mi sembra un buon viatico per la velocizzazione del processo.

 

In che senso? 

 

Lo scorso aprile, proprio questa maggioranza ha introdotto una modifica al codice di procedura penale per impedire la definizione con il giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo. Una modifica normativa accompagnata da una campagna di delegittimazione delle riduzioni di pena (dall’ergastolo a trent’anni…), vissute come un iniquo cadeau ai criminali. Ora, al netto di questa “sensibilità”, quali conseguenze comporterà la riforma?

 

Certamente una dilatazione dei tempi. Non sarà più possibile concludere rapidamente molti processi innanzi al Giudice dell’udienza preliminare e sarà necessario celebrare il dibattimento. Con la conseguenza che quei processi si celebreranno davanti alla Corte d’Assise, con la necessità di comporre un Collegio con due magistrati togati e sei giudici popolari, oltre i supplenti. Con una istruttoria dibattimentale certamente più dispendiosa in termini di attività e tempi. Fino ad aprile potevano essere decisi da un solo giudice con gli elementi già raccolti e contenuti nel fascicolo delle indagini.  

 

Ma dai proclami sulla nuova riforma si legge che le indagini dovrebbero durare di meno

 

Per come mi sembra sia stata concepita questa riduzione non garantisce il risultato e non ne condivido l’impianto. In caso di violazione del superamento dei termini di durata delle indagini o di violazione del regime delle proroghe sarebbero previste sanzioni disciplinari a carico dei magistrati. Niente di più sbagliato a mio avviso. Se davvero si volesse dare un senso alla riduzione dei tempi, il rispetto dei termini dovrebbe accompagnarsi all’introduzione di sanzioni processuali. Che cosa si ottiene con l’eventuale procedimento disciplinare a carico del magistrato se poi, di fatto, il procedimento non rispetta i tempi stabiliti in astratto?

    

Nessuna sanzione nei confronti del Magistrato sarebbe in grado di apportare correttivi nel procedimento. Poi credo non sia semplice, né tanto meno automatica, l’individuazione per ogni violazione di un singolo soggetto responsabile del ritardo. Le regole devono essere endoprocessuali per avere effetto. Altrimenti parlare di riduzione dei tempi non ha senso.  

   

Io continuo a pensare che il numero dei magistrati dovrebbe aumentare in modo rilevante per trovare un rapporto più equilibrato con il “contenzioso” da trattare. Mi riferisco anche alla giustizia civile naturalmente. Mi rendo conto che ciò comporterebbe un notevole impegno di spesa ma non credo alle riforme epocali e meno che mai salvifiche se “a costo zero”. Senza investimenti è difficile migliorare la qualità di un Servizio.   

 

Carlo Nordio. Durata dei processi / Rischiamo un altro passo verso l’inciviltà giuridica

- La finta riforma della Giustizia di Luigi O. Rintallo         

 

 


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