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20/09/20 ore

Darfur, segnali di resa all’Onu


  • Francesca Pisano

L’emergenza in Darfur è tutt’altro che affievolita, malgrado se ne parli poco in un periodo in cui tensioni e conflitti in altre zone del mondo tengono maggiormente desta l’attenzione della comunità internazionale. Eppure, ridurre il numero dei caschi blu presenti in Darfur sembra essere – secondo quanto riportato nei giorni scorsi dai media americani - la prossima mossa delle Nazioni Unite, in seguito alle pressioni esercitate da parte del governo del Sudan.

 

La missione di peacekeeping era sorta nel 2006 con la risoluzione 1706 del Consiglio di Sicurezza, mentre successivamente è stato dato vita all’operazione Unamid, di supporto alle forze dell’Unione Africana. Fra le più corpose esistenti, in termini numerici, ha previsto la presenza di 20.000 caschi blu in questo territorio del Sudan occidentale dilaniato da un conflitto ultradecennale. Gli stessi numeri, già privati di 4.000 unità per decisioni antecedenti, torneranno ad essere ridefiniti, per riduzione, nonostante il 2014 sia stato un anno fra i più terribili per questa incandescente area del mondo.

 

Secondo i dati delle stesse Nazioni Unite, infatti, dall’inizio di quest’anno sono stati 385mila i civili che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Chi non è sfollato è inserito in comunità di accoglienza o vive nelle aree rurali e non ha accesso agli aiuti. Appartenere a ciascuna delle tre realtà vuol dire subire forti limiti per quanto riguarda la libertà di movimento eppure non vi sono alternative a queste tre categorie.

 

La popolazione ha vissuto e tuttora è vittima di violenza e della violazione dei diritti umani fondamentali. In Darfur esistono una decina di campi profughi nei quali vivono soprattutto bambini e ragazzi, spesso senza le loro famiglie, senza poter andare a scuola o avere a disposizione spazi in cui riunirsi, come supporto per l’educazione e la crescita.

 

A fare eco alle gravi problematiche interne e ai passi indietro delle Nazioni Unite è stata anche la decisione della Corte Penale Internazionale di sospendere il processo per genocidio nei confronti del presidente del Sudan, Omar Hassan Al-Bashir, motivata dalla mancanza di supporto da parte delle potenze mondiali nella stessa direzione della Corte.

 

E’ dal 2003 che la guerra sconvolge questo territorio contrapponendo la maggioranza locale nera alla minoranza araba che costituisce invece la maggioranza del resto del Sudan. Il governo centrale sostiene quest’ultima ed è accusato di appoggiare i Janiawid, miliziani arabi appartenenti alle tribù nomadi locali. Scintille del conflitto sono stati i contrasti di carattere religioso e quelli per l’accesso alle risorse petrolifere di cui è ricco il territorio.

 

Il quadro esistente si staglia poi in un’area che ha visto galoppare gli effetti dei cambiamenti climatici planetari, come sottolineato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), secondo cui la desertificazione è avanzata negli ultimi 20 anni in modo prepotente, riducendo lo spazio destinato all’agricoltura che costituiva l’attività principale e avvicinando di conseguenza il confine col deserto del Sahara. Il degrado ambientale e la deforestazione hanno inoltre spinto le tribù a vivere in aree più ristrette, nelle quali poter accedere alle risorse vuol dire molto spesso calpestarsi.

 

Ad accusare le Nazioni Unite per l’inefficacia dell’operato delle forze di peacekeeping erano già stati in precedenza l’organizzazione Human Rights Watch e il Foreign Policy. Ciò che desta sconcerto è la riposta di una prossima concreta riduzione delle forze già presenti sul territorio, così come il passo indietro della Corte penale internazionale per mancanza di sostegno internazionale a condannare per genocidio proprio il presidente sudanese. Segnali questi di progressiva resa e di abbandono, che risuonano come pericolosamente globali e affievoliscono le speranze per questa regione del mondo, cui appartengono ancora sei milioni di persone che è necessario portare in salvo.

 

 


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