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17/11/18 ore

‘La pietra della bellezza’, Giordano Bruno e l’eresia del pensiero oltre il rogo



Sotto un fragore di fulmini e lampi entra in scena Giordano Bruno in abito da domenicano. Il saio appare sgualcito, rammendato in vari punti. Calza il suo cappuccio nero e reca sulle spalle un sacco di iuta. Porta in mano vecchi libri, rilegati a pelle. Alterna latino e napoletano. Ha un incedere deciso ma a scatti, come se si fermasse per ricordare qualcosa che rincorre continuamente inquieto. Va al centro, nel bel mezzo di un pavimento-scacchiera. Saltella tra il bianco e il nero, mentre dice: “Ecco la vita. Bianco e nero. La verità è non fermarsi. Sono un filosofo, questo ho voluto essere tutta la vita”.

 

E’ l’incipit de ‘La Pietra della Bellezza. Giordano Bruno, l’eresia del pensiero oltre il rogo’, Atto unico di Gerardo Picardo dedicato alla storia del Nolano (prefazione di Claudio Bonvecchio, ed. Stamperia del Valentino, Napoli).

 

Giordano Bruno e Clemente VIII, il Papa che lo ha messo al rogo, si ritrovano sulla scena. Inizia un impossibile dialogo nel quale il filosofo spiega e difende le proprie ragioni contro ogni dogma e potere. Oltre le fiamme del rogo ci sono gli occhi di Morgana, l'amore. E la febbre di una ricerca senza fine. L’orgoglio del Nolano, la sua libertà senza tempo.

 

Queste pagine raccontano con semplicità la storia di un uomo che ebbe una sola paura: quella di non aver più tempo per pensare. E continua a ripetere: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”.

 

“Non ho lasciato in pace nessuno –recita un passaggio del testo - da alcuno sono stato lasciato in pace. Ho scritto con il mio sangue che mai bisogna rinunciare alla ragione. Non perdono e non abbraccio i carnefici. Dalle prigioni dell’Inquisizione non ho smesso di credere che l’uomo va rimesso in piedi. Oggi come ieri, io dirò la verità. Perché ho dubitato di tutto. So che un grande amore ha creato il cosmo e i cuori umani. Ogni punto dell'universo è centro. Il confine è confronto, mai limite. La ruota del tempo farà giustizia. Se il pensiero non serve a scavalcare confini, non serve a nulla. Deve abbattere i muri, ascoltare il vento, soffiare speranza. La mia rivoluzione? Ho rimesso l’uomo al centro di tutto, padrone del proprio destino. Dalle sbarre della mia cella, nelle prigioni dell’Inquisizione, non ho smesso di cercare le stelle. Oggi come ieri, io dirò la verità. Posso farlo, perché ho dubitato di tutto. Ho concluso il mio dialogo migliore battezzando nove iniziati ciechi nelle acque del Tamigi”.

 

Scrive nella prefazione Claudio Bonvecchio: “Frate Giordano non era un uomo facile. Sicuramente era un uomo scomodo, come ebbe modo di sperimentare il cardinale Bellarmino - prefetto della santa inquisizione e oggi venerato come santo – nei sette lunghi anni in cui cercò, con tutti i mezzi, di riportarlo nell’alveo della chiesa romana. Invano. Perché Giordano Bruno, se era aspro e spigoloso come la sua terra natale e furbo come chi deve lottare per sopravvivere, aveva il culto della libertà: una libertà interiore al limite dell’anarchia, sulla soglia del misticismo. Sicuramente una testimonianza laica di orgoglio intellettuale. Questo era il suo centro nascosto: la sua Pietra della Bellezza, come felicemente intitola Picardo questa avvincente pièce teatrale su Bruno”.

 

In pagina come sulla scena, il filosofo “difende a spada tratta la sua visione di un mondo in cui ragione e pensiero, ricerca e ombra, dubbio e certezza, bellezza e natura si fondono in un’unica verità: quella di un uomo libero da vincoli, che vive in piena sintonia con se stesso e il mondo”.

 

Il lettore-spettatore viene così catturato nella vicenda del Nolano, fino a scoprire il segreto della sua ricerca. E le sue parole che invitano ad andare oltre: “Morgana, amore mio, guarda in fondo al pavimento di pietra: dove ci saranno uomini liberi, la mia filosofia vivrà ancora. Vieni. Laggiù c’è la pietra della Bellezza”.


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