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14/06/24 ore

YOU ARE MINE, la mostra di Daniela Comani. Una riflessione sul fenomeno del femminicidio



di Giulia Anzani

 

Nel Corridoio Bazzani della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, nei pressi di Valle Giulia, fino al 12 febbraio è esposta una installazione site-specific a cura di Daniela Comani: YOU ARE MINE

 

Si tratta di quindici riproduzioni verosimili di testate giornalistiche, ingrandite e accartocciate, create in cotone e alluminio, che accompagnano lo spettatore in un mondo parallelo in cui, sistematicamente, la donna è carnefice e l’uomo è vittima.

 

In questo mondo, la stampa racconta di donne violente, compagne e mogli gelose, ex fidanzate vendicative, e di uomini succubi a violenze di ogni tipo, picchiati, vessati, seguiti, violati. “Ho invertito la cronaca dei nostri quotidiani (l’uomo diventa donna, la vittima carnefice e viceversa), invitando così a riflettere sul fenomeno del femminicidio e sulle sue assurdità”, ha spiegato l’artista.

 

Uccide il marito e poi cerca di togliersi la vita. Caserta: l’uomo se n’era andato con le bambine”, “Uomo ucciso a picconate, moglie incinta e amante si accusano a vicenda”, “Marito ucciso perché ha rifiutato un rapporto sessuale con la moglie”. Questi titoli, e tutti gli altri esposti, danno modo di fermarsi a riflettere su come l’informazione mediatica, sobria e priva di fronzoli, strida con il dramma della violenza domestica.

 

Alcuni dei fatti raccontati da queste pagine di giornale, risultano assurdi e surreali, persino comici - nel senso pirandelliano del termine. Ma la verità è che non c’è nulla da ridere: la violenza è violenza, sempre.

 


 

Una società creata “a misura d’uomo” inculca precisi standard per le persone, schemi rigidi da cui è difficile uscire e ruoli imposti fin dalla nascita. Uscirne vuol dire creare scompiglio, confusione.

 

Il fenomeno della violenza di genere proviene da questo tipo di mentalità per cui la donna non può che rientrare in quel ruolo prestabilito: mamma e moglie. In principio infatti, il termine usato per definire l’uccisione di una donna era uxoricidio, uccisione della moglie.

 

Il neologismo femminicidio è stato introdotto nel linguaggio solo nel 1992, dalla criminologa femminista Diana H. Russell che lo usò in un articolo per indicare le sistematiche uccisioni delle donne - per il solo fatto di essere donne - da parte degli uomini.

 

Nel corso dell’anno successivo, l’antropologa messicana Marcela Lagarde usò la parola che, inesorabilmente, iniziò a diffondersi. Nella lingua italiana, si è diffusa a partire dal 2008, grazie a un libro di Barbara Spinelli chiamato “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.

 


 

Ed è questa “la colpa” delle vittime di femminicidio: possedere il doppio cromosoma X. Non l’aver esasperato il compagno o l’aver provocato l’estraneo, non l’aver chiuso una relazione o l’aver tradito. Il solo essere donna, basta a scatenare l’ira dell’uomo violento, nato e cresciuto con la convinzione di poter comandare il mondo e controllare la vita delle persone che gli stanno intorno. La donna diventa il tramite con cui l’uomo violento esercita il proprio potere.

 

Dire che “non tutti gli uomini sono così” suona ridondante e scontato: l’essere persone per bene non dipende dal genere d’appartenenza ma unicamente dal personale buonsenso e dall’educazione; il fenomeno delle donne maschiliste è la riprova di ciò.

 

La breve ma intensa mostra YOU ARE MINE porta a riflettere sul senso di umanità nella sua complessità e completezza, non focalizzandosi sul genere che - come nel caso delle etnie o della sessualità - appare un dettaglio indicativo e non caratterizzante. Comunque lo si voglia chiamare, la soppressione di un essere umano è contrario al principio naturale che richiede di non nuocere ai propri simili.

 

Tutto appartiene a sovrastrutture culturali che si sono affastellate nel corso dei secoli, al fine di ottenere predomini e posizioni di vantaggio. Un rovesciamento del nostro sistema culturale e delle nostre salde convinzioni crea confusione, e da quel caos nasce la riflessione.

 

 

 

 

 


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