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18/11/19 ore

Macchia Adorata


  • Giovanni Lauricella

Rari sono i personaggi che incarnano l’arte come fa Macchia, in una scena mondiale che si fa sempre più noiosa perché senza quella carica vitale che ha caratterizzato tanti grandi artisti, carica che invece abbiamo visto in atto in questi giorni sulle otto gradi tele che primeggiano nella galleria di Pio Monti. Si rivelano nella composizione artistica di Macchia valori che si esprimono a gran forza, come se urlassero quelle capacità attoriali poste a funzione di rappresentarla, nei colori e nelle forme o in pubblico, come nelle performance che interpretava per Vittor Pisani o in teatro o al cinema.

 

Un artista da intendersi come testimonianza di uno spaccato storico, le cui opere non sono altro che la conseguente emanazione. Qualcuno mi potrebbe obbiettare che tutti noi siamo figli del nostro periodo storico: verissimo, come è vero che nella storia ci stanno differenze e che quelli che hanno cavalcato l’onda del successo nell’arco di tempo che va dalla fine del XX secolo a oggi hanno una particolarità stravolgente unica rispetto ad altri periodi specie se si considera il confronto con quest’ultimo decennio.

 

Macchia esprime appieno questo periodo, proprio perché ha prodotto individui che, usufruendo di una carica ideologica che stravolgeva qualunque cosa senza vincoli, ha permesso a molti di praticare diverse discipline artistiche, e di sforare in ambiti prima sconosciuti.

 

Forse il senso - o uno dei sensi possibili - di approccio alle sue opere è l’accostamento di queste molteplici valenze, che mescolate danno una particolare caratteristica al suo verso artistico; non a caso Macchia nelle sue tele è tecnicamente irriverente e non “fa” bellezze, ma esplosioni di tumultuose forme e grovigli di segni,tanti quanti sono i suoi diversi aspetti artistici. Una ricchezza plastica e cromatica che ha stimolato prese di posizioni di critici, con giudizi inusuali come quelle di Nigel Cameron o di John Hendrix.

 

In breve, di Macchia mi piace ricordare il debutto nella scena dell’arte contemporanea romana, che alla fine degli anni ’60, lo vedeva giovanissimo all’Attico da Fabio Sargentini o agli Incontri Internazionali d’Arte di Graziella Lombardi e a Contemporanea di Achille Bonito Oliva: un inizio folgorante che lo ha portato in seguito di successo in successo. Secondo me quell’esordio racchiude a tutt’oggi i suoi segni di riconoscimento più evidenti, anche se chiaramente adesso fa tutt’altre cose, lasciandoci tracce di un periodo che a distanza di anni rappresenta l’apice di un livello culturale mai più raggiunto, e non parlo solo di Roma.

 

Per quello che ha fatto e per i luoghi che lo hanno visto partecipare a situazioni dei più importanti momenti creativi dell’arte contemporanea, Macchia ci appare più di ogni altro un anticipatore di quello che è il “corso storico” attuale.

 

La mostra che vediamo da Pio Monti è un giusto tributo, che ha in Marina Ripa di Meana non solo una prestigiosa testimonial ma molto di più, in quanto personaggio mitico, che ha saputo amalgamare la cultura di quegli anni come quella di adesso, cioè ben più di quella che potrebbe essere una importante e coraggiosa figura di riferimento culturale, tanto che forse in futuro conieranno un termine per definire l’importante ruolo che ha avuto.

 

Ad impreziosire la serata d’inaugurazione si è avuta la performance di Maria Ripa di Mena e Macchia con 3 maestri della scuola di musica Neuma di Roma, Claudio Proietti (chitarra), Lorena Sarra (voce) e Raffaella Pescosolido (pianoforte), che hanno eseguito un concerto creato ad hoc per l’occasione. In catalogo un ritratto di Macchia di Carlo Ripa di Meana e una poesia di Dario Bellezza a lui dedicata. Con l’occasione rivolgo un caro saluto a un nostro amico comune, Michele Di Salvo, che definisce il lavoro di Macchia “Neo - barocco”.

 

 

Dal 3 al 20 maggio 2016

Galleria Pio Monti

Piazza Mattei Roma

 

 


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