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25/06/24 ore

A Castel Sant'Elmo a Napoli Cibum Deorum l’albero della cuccagna di Maurizio Elettrico



di Adriana Dragoni

 

A cura di Achille Bonito Oliva vi sono, sparsi in tutta Italia, una quarantina di alberi della cuccagna, opera di altrettanti artisti. A Napoli, tra quelli per la Fondazione Morra, c'è ne è uno a Castel Sant'Elmo, creato da Maurizio Elettrico.

 

Lo cerco. Ma il custode, che sta per impedire il passaggio al castello, dice che qui non c'è ma è al largo San Martino. Vado. Fa un forte vento e pioviggina ma, tra gli alberi che ondeggiano al vento, quello di Elettrico non c'è. Ritorno al castello. Stavolta con il custode vi è anche un collega, è al telefono. Questi poi mi dice che mi confondo con qualche altra opera, con questa o con quella o con la scala donata dagli Amici di Capodimonte. E' un negazionista. Di un povero albero che non esiste. Insisto. Però forse un albero della cuccagna c'è, aggiunge finalmente, e, alla mia richiesta di accompagnarmi per indicarmi la strada, “non mi spetta” afferma. Categorico. “Sindacalista”.

 

Vado verso l'antico ingresso del castello (certo non è quello attuale, con l'ascensore). Vado per una salita piuttosto erta e da qui, guardando in alto, le mura del castello sembrano più imponenti. L'albero di Elettrico è all'ingresso. Sotto un'ampia volta. E' un grande, strano oggetto. Simbolico. A tutta prima tradurre i suoi simboli non appare facile.

 

Una trave altissima, arriva fin quasi a urtare la volta, è qualcosa che può riferirsi a un albero. La trave ha un globo dorato su in cima e una bianca testa di lupo sul davanti. Si leva dall'estremità di un vasto tavolo rettangolare ricoperto da una bianca tovaglia bordata da frange dorate. Questo tavolo sembra preparato per un pranzo importante ma di cibo (la cuccagna?) non ce ne è. Vi è, sul bianco della tovaglia, un grande disegno di due cavallucci marini. Ci sono anche, sul tavolo, un uovo nero e un altro bianco di differenti grandezze.

 

Si leva, all'estremità del tavolo opposta alla trave, la testa di un cavallo. Ha, accanto agli orecchi, anche due corna e, in cima alle corna, ha due piccoli gonfi tacchini. Sul suo collo e anche qua e là sul tavolo vi sono conchiglie colorate.

 

Ogni installazione, come questi alberi della cuccagna, sono, come si dice, site specific, cioè sono creati in relazione al luogo dove vengono collocati. Qui il luogo è questo castello con le sue mura imponenti che significano possanza e potenza, perché anche le pietre parlano, significano. Per chi le sa guardare. Ogni artista lo sa, e anche il visitatore attento sente l'importanza di questo luogo e come la possanza e la potenza che esprimono i suoi spazi qualifichino l'opera di Maurizio Elettrico.

 

Secoli di storia hanno reso il Castel Sant'Elmo simbolo del Potere: prima fortificazione angioina, poi castello fortificato per volontà del Viceré di Napoli don Pedro de Toledo. Dai suoi spalti, poi, nel 1799, si spararono cannonate contro la misera e stupida plebe, e parecchi ne furono uccisi, che cercava di opporsi ai francesi che volevano dargli la libertà. E, in seguito, tra le sue mura furono incarcerati, al ritorno del Potere borbonico, alcuni dei patrioti autori di quei cannoneggiamenti.

 

Maurizio Elettrico ha intitolato questa sua opera Cibum Deorum. Qui, il Potere, divino o diabolico che sia, è rappresentato da questa altissima trave e per Lui è apparecchiata questa tavola da pranzo, ma cibo normale non ce ne è.

 

Questi cavallucci marini e queste conchiglie colorate sul tavolo sembrano simbolo del mare e simbolo di Napoli, come queste uova, che richiamano l'uovo di Virgilio, su cui, secondo la nota leggenda, è stato costruito l'altro castello napoletano, quello dell' Ovo. E anche questa testa di cavallo richiama alla mente Napoli. Il cavallo, infatti, si sa, è il simbolo di questa città. E, con un certo suo slancio in avanti, sembra tirare con sé il tavolo e il resto. Perché le gambe di questo tavolo non hanno una materiale stabilità, avvolte come sono da giri di decorazioni rococò.

 

E ora il tutto appare come un carro che vola verso l'alto. Allegramente, spudoratamente, arrogantemente. Perché, udite, udite, questo cavallo fa gli sberleffi e caccia in fuori la lingua. E' il popolo napoletano, forse, che non si cura del potere, divino o diabolico che sia, e va avanti e vive lo stesso? E' Napoli metafora del mondo?

 

E' del poeta il fin la meraviglia, parlo dell'eccellente non del goffo, - scriveva Gianbattista Marino qualche secolo fa - chi non sa far stupir vada alla striglia”. In quanto allo stupore, bisogna dire che Maurizio Elettrico è riuscito a stupirci. Ed è riuscito anche a insegnarci che, per comprendere un'opera, non basta uno sguardo superficiale. Ma è necessario guardarla a lungo e lasciarcene  suggestionare. Per volare, poi, verso l'alto. Magari guidati da un cavallo che ha le corna e fa gli sberleffi. 

 

 

 


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