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14/10/19 ore

Nascondere la debolezza, mostrare la forza. Nel saggio di Gastone Breccia il segreto delle spie di Bisanzio



di Silvia Lanzani

 

Vince chi ha informazioni e al momento giusto può anticipare le mosse del nemico. Sulle mappe della storia di ogni tempo, l’intelligence fa la differenza. Un sistema capace di raccogliere notizie sul campo (meglio se in un “pubblico mercato”), come scrive il Siriano e finanche l’arte di valutare la consistenza dell’esercito nemico da alcuni segni come l’estensione di terreno calpestata dai cavalli, gli escrementi di uomini e animali, e le tracce che hanno lasciato nell’accampamento.

 

Un cammino di sapienza e astuzia, che si vale anche di “amici nascosti” e diplomatici navigati ma anche di monaci e mercanti che si muovono nell’ombra e si attivano al momento giusto, in compagnia di un silenzio “che scandisce spesso, in tutte le epoche, le imprese più riuscite di questo tipo”.

 

Per andare a dama servono uomini disposti a rischiare tutto pur di infiltrarsi nelle fila del nemico per carpire notizie utili alla causa del proprio impero. Sono quelli che Procopio di Cesarea, storiografo del tempo di Giustiniano, nella sua Storia segreta ( Historia arcana) chiama κατάσκοποι (kataskopoi),  le “spie” ma più letteralmente si può intendere come coloro che agiscono secondo obiettivi.

 


 

Quelli che stanno sulla strada perché solo metà odòs si può vedere e conoscere per poi riferire. Perché la sicurezza non è un gioco di pacchi ma un’esigenza primaria come il sale. Agenti che si rivelarono fondamentali anche per la sicurezza dell’Impero romano d’Oriente, muovendosi su confini spesso fluidi e alle prese con continui problemi di integrazione delle popolazioni, come raccontano le belle pagine di Gastone Breccia, docente di Civiltà bizantina, Letteratura bizantina e Storia militare antica presso l'Università di Pavia, che torna in libreria con L'arte della sopravvivenza. Intelligence e sicurezza nell'impero romano d'Oriente, editore Nuova Argos. Con prefazione di Vera von Falkenhause e illustrazioni a colori, è pubblicato nella collana Segreti curata dal Generale Gianfranco Linzi, Direttore responsabile di Gnosis, la rivista dell’Intelligence italiana (pp.240, € 10,00).

 

Nel millennio bizantino, per ricordare un noto scritto di Hans-Georg Beck, fu necessario “adattarsi ai nemici”, conoscerli a fondo per anticiparne le mosse e volgere a proprio favore quella grande partita a scacchi che resta la prevenzione delle minacce. La Nuova Roma disponeva di un buon servizio postale, il cursus publicus, di un nucleo di ispettori ( curiosi) scelti nell’ambito della più ampia Schola agentum in rebus, il corpo degli agenti in missione la cui consistenza – dicono le fonti – è attestata già durante il regno di Costantino.

 


 

Poche parole usa Aurelio Vittore per descrivere i compiti dell’ agentes in rebusad explorandum annuntiandumque instituti. Essi dovevano investigare sulle minacce incombenti e informare rapidamente il governo di Costantinopoli utilizzando il cursus publicum sia per gli spostamenti sia per inviare dispacci. Ieri come oggi era vitale consentire la rapida circolazione delle informazioni sulla situazione e le attività o progetti dei nemici esterni.

 

Quelli che si recavano oltre confine, “penetrando fino ai palazzi reali dei Persiani – scrive ancora Procopio – si guardavano bene in giro e poi, tornati in territorio romano, erano in grado di riferire alle autorità tutti i segreti dei nemici. Messo così sull’avviso, il governo stava in guardia e non si lasciava cogliere di sorpresa”. Almeno non sempre. Ma è proprio su questa sfida – conoscere gli avversari per sconfiggerli – che si giocò il destino dell’impero.

 


 

“Senza informatori è impossibile conseguire un buon risultato”, avvertiva attorno alla metà dell’XI secolo il dotto funzionario bizantino Cecaumeno, mentre al nome dell’imperatore Maurizio viene attribuito lo Strategikon, il più importante testo dedicato all’arte della guerra composto durante i mille anni di storia della Nuova Roma. A chi è destinato a comandare le armate imperiali nel “secolo di ferro”, viene consigliato di andare al sodo, badando all’utilità pratica delle azioni piuttosto che alle belle parole che restano nel vento.

 

In una guerra utile, occorre impiegare ogni operazione che serva a centrare il bersaglio: imboscate, attacchi di sorpresa, incursioni notturne, corruzione e intimidazione assieme a false offerte di pace. La tattica è quella del logoramento, la cottura a fuoco lento con mille stratagemmi e diplomazia. Perché gli affari militari “sono un’importante questione di Stato, il terreno su cui si giocano vita e morte, il dao del permanere e del perire”, aveva scritto Sun Tzu nel IV secolo prima di Cristo. La guerra, anche per la res publica Christianorum “è il nodo cruciale da sciogliere”, rimarca Breccia, che da appassionato cultore di storia militare spiega con fondate argomentazioni e rigoroso studio delle fonti come a Bisanzio siano state effettivamente gettate le basi di una vera e propria scienza del comportamento bellico.

 


 

Nell’XI libro dello Strategikon vengono passati in rassegna Persiani e Sciiti, ma anche “i popoli biondi” (Franchi, Longobardi e altre stirpi germaniche) insieme agli Slavi, agli Anti e ai loro simili. Ognuno di questi popoli ha caratteristiche proprie e debolezze da conoscere, per colpirli al fianco. Se i Persiani – i nemici peggiori – si rivelavano insuperabili nelle trattative, non avanzando mai proposte ma aspettando che fosse il nemico a scoprire le carte, i “popoli biondi” erano invece sprezzanti della morte ma indisciplinati, incapaci di sopportare il freddo e il caldo, la sete e la mancanza di provviste.

 

Così per Maurizio “ogni nemico ha i suoi punti di forza e di debolezza, il terreno su cui è più efficace, la tattica preferita”. Perciò le spie devono essere “coraggiose” e capaci di agire “in mezzo al nemico”. Ma anche gli esploratori ( skoulkatores) vanno scelti con cura perché devono avere prestanza fisica e morale “in modo da proiettare un’immagine nobile” del proprio esercito e “se catturati fare una buona impressione su di loro”. Insomma, dovevano essere forti ma anche – veri e propri 007 dell’antichità, anche se invece dell’Aston Martin potevano contare su cavalli veloci ed erano armati alla leggera – avere uso di mondo, coniugando virilità e un certo marchio di fabbrica che permetteva loro di non cambiare sangue di fronte al pericolo.  

 


 

Risorse necessarie – skillate, si direbbe oggi – per combattere quelle che il Perì paradromès ( Metodo della guerriglia), composto da un militare di alto grado attivo durante il regno dell’imperatore Niceforo II Foca (963-969), chiama la “guerra lungo le vie secondarie”, quella che si combatteva con gli esploratori ma anche con mercanti e altri viaggiatori. Oltre la Porta della Sorgente, superata la “nebbia di guerra” c’è il vero segreto dell’intelligence di ogni tempo: il fattore umano. La forza della fedeltà, il sacrificio di andare fino in fondo per ridurre l’incertezza e fermare i carri del nemico.

 

Nascondere la debolezza, mostrare la forza. Fu questa la strada delle spie di Bisanzio. Scrive Breccia: “Lasciar intuire la propria potenza militare era una regola aurea dell’intelligence bizantina”, ma “alcuni segreti andavano custoditi a ogni costo: primo fra tutti, il fuoco greco”, l’arma più micidiale in possesso della Nuova Roma. “Nessuno riuscì a violarlo – annota l’autore del saggio – e ancora oggi non si conosce l’esatta composizione del combustibile capace di incendiare il mare attorno alle navi nemiche, condannando i loro equipaggi a una fine terribile”.

 

 

 


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