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20/09/17 ore

Donne, cinque sguardi sulla condizione femminile


  • Elena Lattes

Cinque storie diverse, due ispirate a significativi personaggi della Bibbia, una ad un pilastro della Chiesa cattolica, una riguardante un importante stralcio di vita e infine, l’ultima che offre un’interessante riflessione sul mondo artistico.

 

Cavani, Listieva, Bosetti, Maggi e Frugoni sono cinque intellettuali diverse per cultura, confessione e nazionalità, ma accomunate dalla profondità della ricerca nell’animo umano e dalla volontà di dare alle donne l’importanza che si meritano, i cui pensieri sono stati raccolti in un libricino di cinquanta pagine pubblicato dalle Edizioni Dehoniane: “Donne, cinque sguardi sulla condizione femminile”.

 

Il messaggio principale di questa mini-antologia è che le appartenenti al cosiddetto gentil sesso non hanno un ruolo di protagoniste nella storia, ma che sono in secondo piano rispetto agli uomini, di cui si prendono cura in qualità di madri, sorelle, figlie e così via. Un problema più culturale che teologico, spiega nell’introduzione Dino Dozzi, secondo il qualealle donne, soprattutto da parte delle Chiese cristiane, viene sempre attribuito un ruolo marginale, anche nei casi in cui sono invece fondamentali e quasi indispensabili. Il “libretto – conclude – vorrebbe contribuire a rendere meno eccezionale il riconoscimento dei meriti delle donne. Anche senza ricorrere allo sciopero”.

 

Ecco allora che la storia di Chiara e Francesco ricordata da Liliana Cavani (che non parla volutamente di filmografia al femminile, poiché non riesce a trovare materiale sufficiente) acquista un senso quando la regista spiega che il secondo si appoggiava sulla prima, la quale era molto intelligente, sensibile, coraggiosa e “modernissima”, in poche parole una “grande intellettuale”.

 

Un’anticonformista per i suoi tempi da cui trarre esempio e della cui importanza la Chiesa (cattolica) dovrebbe parlare più diffusamente, così come la società italiana dovrebbe conoscere maggiormente i notevoli contributi forniti dalle donne partigiane (alcune delle quali intervistate dalla Cavani) che hanno avuto un ruolo di primo piano e di comando nella Resistenza.

 

Il secondo intervento è forse il più toccante perché è il più personale: è una breve ma significativa esperienza di Hanna Jonà Listieva in qualità di immigrata in cerca di lavoro. Viene trattata molto male da un anziano allettato che ha bisogno di una badante, ma lei, educatamente, non si fa mettere i piedi in testa. Dal piccolo scontro nascerà un rapporto che purtroppo durerà poco, ma sarà molto intenso e dal quale la scrittrice di origine russa trarrà una grande lezione di vita.

 

Suor Elena Bosetti, teologa e biblista, sceglie invece l’eroismo di Rut che, rimasta vedova, sceglie di abbandonare la sua famiglia, la sua casa e il suo popolo di provenienza per seguire la suocera Noemi. Una storia ricca che non parla soltanto di disgrazie e di migrazioni in cerca di un futuro migliore, ma di condivisione, di empatia, di lotta quotidiana (che riguarda sia le donne, sia gli stranieri); di un’alleanza che parte al femminile, ma che coinvolge infine anche gli uomini onesti.

 

Una vicenda a lieto fine che dimostra l’importanza della volontà e dell’impegno rispetto alla nascita e alle proprie origini a cui, verrebbe da pensare al lettore comune, si potrebbero essere ispirati i più famosi scrittori di favole dei secoli scorsi.

 

Il brano biblico di Giuditta e Oloferne brevemente analizzato dalla pastora Lidia Maggi è sicuramente più cruento e d’azione di quello appena menzionato, ma non meno significativo e che potrebbe riallacciarsi alle donne della Resistenza di cui parla inizialmente Liliana Cavani: una giovane vedova, molto bella e intelligente, riesce a sconfiggere l’esercito più potente dell’epoca. Un piccolo popolo, militarmente debole, capeggiato da una donna che usa la propria astuzia (ma non il suo corpo), dimostra così, che spesso la forza, da sola, non porta alla vittoria.

 

Interessante infine la riflessione della storica medievalista Chiara Frugoni sull’assenza femminile nel mondo dell’arte. Ricorda Christine de Pizan, scrittrice laica vissuta a cavallo fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo che denuncia la condizione di sottomissione e dell’ingiustizia legata al ruolo secondario delle sue contemporanee, e la triste parabola di Artemisia pittrice di talento costretta a subire le violenze del padre e di un suo collega, Agostino Tassi.

 

Infine, riportando uno stralcio da un saggio di Virginia Woolf ricorda il ritardo con cui è stato concesso il diritto di voto alle donne in Italia e, ancora più grave, in Svizzera.

 

 


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