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30/06/22 ore

Giacinto de' Sivo (1814/1867)



Un ottimo libro, almeno nella valutazione di chi scrive, sul Risorgimento e la finale Unificazione è quello scritto, con la precisione dello storico e la passione di un coprotagonista, da un testimone di quel tempo: Giacinto de' Sivo (1814/1867). Una testimonianza di parte ma esemplare, un libro imprescindibile per completare la conoscenza di quel periodo.

 

Presentato qualche giorno fa all'hotel Renaissance Mediterraneo di Napoli dalla Fondazione il Giglio, si sono alternati come relatori il  prof. Orazio Abbamonte, della Seconda Università degli Studi di Napoli, la prof.ssa Carmela Maria Spadaro, della Federico II, il prof. Gennaro De Crescenzo e la dott.ssa Marina Carrese. Il volume, della Casa Editrice Grimaldi e C. ha una veste elegante, che dà la giusta dignità a un'opera importante.

 

De' Sivo era, durante il governo borbonico, un funzionario dello Stato e uno scrittore. Alla venuta dei savoiardi, si dichiarò a questi contrario e fu più volte imprigionato, la sua casa requisita e vandalizzata, i suoi manoscritti sottratti. Infine fu costretto a scegliere tra i Savoia e l'esilio. Scelse quest'ultimo e si recò a Roma, dove, a quel tempo, si era trasferito il re Francesco II di Borbone.

 

Benedetto Croce, liberale per antonomasia e ammiratore del Risorgimento, non poté fare a meno di accorgersi di lui. Ne scrisse una breve biografia, gli diede i sensi della sua stima ma lo bollò come reazionario. Una parola che ha assunto un significato dispregiativo. Ma che, etimologicamente, indica colui che reagisce a un'azione (che considera negativa). Reazionari furono qualificati  i martiri della Vandea, che si erano opposti alla Révolution e i deputati che a Parigi si opposero all'uccisione del re Louis XVI. Reazionari oggi sono considerati finanche quelli che si ribellano a una certa cosiddetta modernità, cioè alla distruzione delle qualità umane e al livellamento degli uomini secondo il modello di un essere senza qualità. In tempi lontani pubblicai, appunto, su un numero di Quaderni Radicali, un articoletto intitolato “Uomo-macchina o uomo scimmia?”, considerando, queste, due possibili ipotesi per il futuro uomo modernizzato.

 

Una battaglia di de' Sivo è appunto a favore della precisione del linguaggio e della completezza dell'informazione. L'uso distorto delle parole porta alla definizione di idee distorte, passate come rette e giuste. Attualissimo problema, su cui si potrebbero portare molti esempi.

 

 

Un'altra parola usata a sproposito è “gay” = “gaio”. Andy Wahrol era notoriamente un omosessuale. Tempo fa, in una sua “personale” al Pan di Napoli, curata da Achille Bonito Oliva,  esprimeva anche la sua sessualità e ne dipingeva gli episodi, evidenziandone la tristezza e la disperazione disperata. Questa parola “gay” è falsa e  suggerisce una inesistente felicità. Quando Papa  Francesco afferma che non si possono respingere gli omosessuali dice veramente una cosa giusta, ma aggiunge che non è lecito propagandare, falsificandola, la omosessualità.

 

Molti sono i meriti di questo libro e la sua attualità. Perché de' Sivo non si limita a descrivere il Regno, ma si interessa del contesto internazionale nel quale viveva. Un atteggiamento più che mai necessario nel mondo odierno. De' Sivo considera la vita del regno delle due Sicilie concatenata a quella di Londra, Parigi, Vienna e Torino. Perché allora c'erano in ballo l'apertura del Canale di Suez, la forte flotta mercantile del Regno, in concorrenza con quella inglese, lo zolfo siciliano, simile per importanza al petrolio di adesso, e la necessità di denaro e di promesse per corrompere il Governo. Attualissimo.

 

Certo de' Sivo contesta le false informazioni sulla realtà del Regno, come la fola dell'ignoranza dei regnicoli, laddove, invece, vi erano settemila scuole, che poi furono chiuse dal “provvido” Savoia. Seppure è un legittimista e difende il diritto dei re Borbone, viene ritenuto un fanatico borbonico. Ma in realtà registra e giudica, evidenziandoli, anche gli errori della Monarchia. Fatti, fatti, non parole, come si addice a un vero storico.

 

Certo si tratta di uno storico appassionato, un amante della sua terra, che difende i valori spirituali e civili della nazione napoletana. Come quando scrive, a proposito del cosiddetto brigantaggio: “briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti a depredar l'altrui? il padrone di casa è brigante e non piuttosto quelli che son venuti a saccheggiare la sua casa?”.

 

Eppure la pubblicazione di questo libro fu ostacolata non solo dai savoiardi ma anche da quei napoletani che erano passati sul carro del vincitore.

 

Interessarsi di questo libro significa forse essere nostalgici? No, la storia è un continuum e quello che è stato non ritorna. Ma vive ancora. Dice di saperlo bene anche uno dei relatori, la professoressa Carmela Maria Spadaro, che prova sulla sua persona le attuali difficoltà delle comunicazioni nel Sud Italia, ogni volta che dalla sua Calabria deve venire a Napoli per far lezione agli studenti della Federico II. 

 

Adriana Dragoni

 

 


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