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20/11/18 ore

“Sulla mia pelle”, Stefano Cucchi in quella cella senza sole


  • Anna Concetta Consarino

Un giovane uomo romano viene fermato dai carabinieri per spaccio e detenzione di stupefacenti in una notte di ottobre. Una notte come tante. Il suo nome è Stefano Cucchi. La sua storia inizia quella notte. Il film di Alessio Cremonini, “Sulla mia pelle”, narra gli ultimi giorni di Stefano dal fermo alla sua morte, avvenuta il 22 ottobre del 2009.

 

È un racconto che spezza il fiato. Di una violenza che ha perso ogni suono e forma, ma che è tutta nell'animo e nel corpo di Stefano. Le immagini seguono il ritmo del suo respiro. Non vi sono condanne, non vi è alcun giudizio verso nessuno. I fatti vengono narrati con una scansione quasi maniacale, tanto precisa nei dettagli da sembrare simile ad una cronaca documentaristica, illusione resa possibile dalla straordinaria bravura del protagonista Alessandro Borghi, che ha perso ogni traccia di sé stesso per dare voce a Stefano.

 

I volti dei carnefici divengono ombre, sempre meno definite, ma tanto presenti da far sentire anche allo spettatore un terrore muto, lo stesso provato da Stefano. Tutto è realtà. Si vive il calvario di Stefano in maniera così intensa da sentire il bisogno di confortarlo, di lenire un poco la sua pena. Le inquadrature indugiano sul corpo martoriato, ma è sempre protetto nell'ombra.

 

I segni del pestaggio si intravedono solamente sul volto. Non si vuole palesare il dolore come una manifestazione soltanto fisica. È nell'animo di Stefano, nel suo cuore. Sente profondamente il senso di ingiustizia che continua a prenderlo a pugni, nonostante le mani dei suoi assassini abbiano smesso, materialmente, di farlo.

 

La paura ha il suono del silenzio. Il colore sfocato di corridoi infiniti che non hanno luce. Sono bui e senza facce amiche. È ovunque. La paura di essere solo. Paura di morire e non avere la forza di urlare, di parlare. Sentire un dolore lacerante e avere la consapevolezza che in mezzo ai quei corridoi nessuno gli crederà. Proprio nessuno.

 

Tutto intorno a Stefano è privo di colore. La trasposizione visiva dell'indifferenza, dalla quale è stato totalmento circondato in quei suoi ultimi giorni, ha la definizione cromatica di sfumature che si perdono nello sfondo della fotografia giocata, volutamente, su toni sempre uguali.

 

Gli unici stralci di luce, anche se timida, appaiono nelle scene famigliari. I suoi cari ci vengono presentati con una tenerezza disarmante. Incosapevoli di quello che stava avvenendo. Erano in fondo fiduciosi nella giustizia e in chi la rappresentava. Rispettosi fino all'ultimo di una vigliacca burocrazia che mal celava, dietro i suoi freddi e incomprensibili meccanismi, il tentativo di coprire quella che apparsa a tutti, da subito, una colpa vergognosa.

 

Strappati con forza brutale, mascherata da sciocchi divieti e regole da rispettare, a quell'attesa di conforto, di amore, che Stefano in silenzio urlava dal suo letto. Abbandonato e lasciato morire in quella cella senza sole.

 

 


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