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19/05/22 ore

Domenico Sepe, l’artista-artigiano. Castel dell'Ovo, Sala delle carceri - Napoli



di Adriana Dragoni

 

Domenico Sepe (1977) l'ho conosciuto tanti anni fa, non ricordo quanti. C'era stato, a Napoli, nel Palazzo della Borsa, un concorso per un premio, ero stata nella giuria, e avevo guardato, insieme ad altre, la sua opera. Umberto Franzese, un giornalista napoletano noto come infallibile scopritore di talenti, vi aveva presentato Domenico Sepe e ne aveva sostenuto la candidatura al primo premio…

 

Sepe vinse il premio, e poi ci invitò a guardare altre sue opere, visitando il suo studio di scultore ad Afragola. Aveva già un piccolo stuolo di seguaci. Scrissi poche parole su di lui che, giovanissimo, già era diventato maestro e, “da vero anticonformista... recupera le forme tradizionali e, con esse, i sentimenti, i pensieri, l'humanitas che rappresentano, dimostrando un’intelligente comprensione della storia e delle tecniche artistiche, ... realizza opere dense di significati, che, non seguendo effimere mode, conserveranno un loro non effimero valore”.

 

Infatti Sepe, fedele a se stesso, crea opere che hanno successo sia in Italia che all'estero. Gli pronosticai anche una sua evoluzione da uno stile più statico a uno stile più movimentato ed espressivo. Giudizi che condivido in pieno ancora oggi, dopo aver visitato una mostra delle sue opere nelle Carceri di Castel dell'Ovo, il castello ricco di storia a di antichità, di miti e forti suggestioni, che si trova nel Borgo Marinaro napoletano, un tempo isolotto di Megaride.

 

Qui, nelle Carceri, ci  ha accolto il buio, un buio che dà mistero e fascino alle opere di Sepe, calate in una drammatica atmosfera “caravaggesca”. Ed ecco che Sepe ci presenta, come per un'intima sollecitazione barocca, figure accentuatamente espressive, che  rende in un suo stile movimentato, caldo, a volte teatrale. Altre opere suggeriscono un più delicato e sfuggente, più intimo e complesso mondo interiore, che si intravede nelle luci ammorbidite del bronzo di alcune figure e nei visi delicati delle donne del mito.

 

Ormai l'artista sembra aver raggiunto una grande esperienza, che gli permette di realizzare quello che vuole. Un approfondimento umano ed artistico, a cui si accompagna, inscindibile, una tecnica sempre più esperta. Sepe sembra prediligere l'uso del bronzo, tecnica complessa, faticosa, che implica l'uso dell'antica, semplice terra d'argilla, del fuoco incandescente, della  molle cera che si scioglie per far posto al duro metallo lucente e l'uso di patine particolari, segrete. E ci ricorda come l'arte esiga la fatica, quella del fare. 

 

Ce lo dice anche l'etimologia delle parole, che svelano la concezione artistica della Magna Graecia al confronto con la cultura e la lingua romana. Roma disprezzava il lavoro manuale che comporta l'arte figurativa,  e diceva che  gli opifices, cioè gli artigiani, in sordida arte versantur = gli artigiani esercitano un basso mestiere, mentre, per loro, l'ars per eccellenza è l'ars dictandi, o ars dicendi, quella della parola e della politica. Testimoniando scarsa considerazione per la realtà naturale.

 

Per contro,  la parola arte in greco si disse tecne (con la c aspirata), tecnica. Quindi l'arte dell'artigiano-artista, ovvero dell'artista tradizionale, esige una conoscenza, non teorica ma profonda, della materia sulla quale agisce e delle materie che usa per lavorarla.

 

Così Sepe, mentre lavora la materia, naturalmente, praticamente, profondamente, studia l'arte antica, sentita nei suoi valori religiosi e sociali: si è accollato, come ha detto qualcuno, non ricordo chi, il compito di traghettare l'antico all’oggi.

 

Mentre testimonia la sua sincera adesione ai valori tradizionali con la sua arte e la sua vita.

 

 

 

La materia e l'eterno: l'Arte svelata

mostra personale di

Domenico Sepe

a cura di Daniela Marra

Castel dell'Ovo - Sala delle carceri

Napoli

dal 30/10/2021 al 22/11/2021

 

 


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