Il Mediterraneo è diventato un luogo di esecranda tortura per il caldo che ha raggiunto allucinati limiti: nei giorni scorsi una boa a Maiorca, in Spagna, ha registrato 33,02 gradi di temperatura superficiale dell'acqua. Ma noi fingiamo di non accorgercene: mentre in questo mare sacro muore la vita, la nostra incapacità di pensiero è così alta da permetterci di non preoccuparci dell'orrenda trasformazione del clima che ormai ha raggiunto esiti surreali e di violenta catastrofe. Ognuno chiude gli occhi e si costruisce il suo Titanic: per, morendo, ballare.
RINO MELE
Nudo mare
S’alzano le onde contro il cielo, inseguono
la curva alta che le precede,
scrosciano su case vuote, rovine
di una stanza
stellare, le rive distrutte,
i fiumi nascosti nell’agonia delle
inondazioni senza fine.
La morte per acqua divora, notturna
asseconda il fuoco,
ne imita la finale distruzione, si trasforma
in liquida pece, questa in incendio:
impercorribile deserto,
l’allucinato desiderio dell’acqua
in un diluvio vuoto.
La grande arca brucia
sull'arso mare, prosciugato
sulla cenere
di cui si nutrono i morti, gli occhi
sbarrati che non
vedono più. Sono diventate rosse fornaci
le acque
intorno a noi, segnano confini invisibili, e
il mare che ci ha dato la vita
ora è nudo.
Il suo grande corpo di donna (mare/
madre) ha una dolorosa febbre:
la sua vita
stravolta, le alghe, i coralli,
i pesci sottili che attraversano
il buio, il silenzio sonoro, i colori nascosti
nei veli azzurri
cercano l’oscurità,
scacciati dall’improvviso calore, l’incendio
che prosciuga il terrore.
Sulle scale degli abissi, atterrite le ninfe
emergono - senza capelli, gli occhi
distrutti - per non tornare più. Nel verticale
dolore delle acque tutto è
fermo, come un altro avesse vissuto la tortura
di aprire l’archivio degli errori,
per ritrovarsi
di fronte a se stesso: le fotografie bruciate
degli incendi ripetuti dell’arca,
la casa sulle onde,
la sabbia avvelenata di un deserto.
Il mare ripete i segni della nascita, in quei gridi
torna il disperato strapparsi
da se stesso come da una veste
sudata nella pioggia calda della peste,
il corpo martoriato da cui siamo nati,
l’ali
ferite: quel corpo
è la madre: muore di nuovo
l’uccello marino che non vola più. La nascita
nostra è iniziata dal mare:
il piccolo marenostrum che ogni donna
(fanciulla senza volto)
porta con sé,
come una sirena
prima di ripetere il suo ultimo volo sugli scogli.
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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesiae Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

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