La sessantunesima Biennale d’Arte di Venezia sembra partire con il piede sbagliato, e le prospettive per il suo svolgimento non promettono nulla di buono. Dopo le ispezioni ministeriali, i contrasti tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il ministro Alessandro Giuli appaiono irrimediabili, sfiorando spesso il paradosso.
Come se non bastasse, la proposta di far votare il pubblico per l’assegnazione dei Leoni alimenta ulteriori polemiche, che difficilmente si placheranno. Si potrebbe dire che, dopo le tensioni internazionali come quelle con l’Iran, adesso stiamo assistendo a un nuovo conflitto, questa volta fortunatamente circoscritto alla sfera culturale, ma con esiti altrettanto incerti e quasi simbolici delle instabilità globali in corso.
Non ho avuto modo di leggere lo statuto della Biennale, né quello europeo che la regola. Dunque, non mi arrogo il diritto di esprimere giudizi definitivi sulle vicende. Tuttavia, alcune considerazioni di principio sento di poterle fare. Ciò che emerge da questa edizione della Biennale è l’evidente rischio legato all’interpretazione ideologica dell’arte. È palese che questa tensione metta in discussione semplificazioni su cui molta parte della cultura italiana si è fondata negli ultimi decenni, spesso ispirandosi al pensiero gramsciano.
Non sto affermando che l’arte sia immune dalle dinamiche del potere o dalle sue influenze, ma quando queste si esasperano e si sovrappongono in modo eccessivo, si rischia di minare la stessa essenza dell’arte, come sembra stia accadendo oggi a Venezia. Non si può ignorare che viviamo in una realtà fortemente regolata: sia la Comunità Europea sia gli stati nazionali sono entità complesse, guidate da leggi e norme che inevitabilmente toccano anche le manifestazioni culturali di primaria importanza.
Tuttavia, quello che uno stato democratico dovrebbe garantire, ovvero il concetto di libertà, in contesti come questo si rivela opaco e difficilmente interpretabile. Forse maggiore riflessione e una più attenta mediazione avrebbero potuto evitare gli attriti che ora dominano la scena. Invitare le parti coinvolte a discutere e collaborare avrebbe certamente aumentato le possibilità di successo della Biennale; purtroppo, si è optato per una gestione tanto frettolosa quanto problematica, accelerando i tempi senza creare le condizioni per un confronto costruttivo.
Il risultato? Un’impasse che si rischia di trascinare a lungo. Quello che risulta difficile comprendere è l’atteggiamento del governo, con Giuli e Buttafuoco in prima linea. Sembrano sottovalutare l’opposizione, nonostante sia evidente come il fiato sul collo di chi dissente non conceda tregua da quando sono saliti al potere.
Questo clima politico ostile avrebbe dovuto spingere a cercare compromessi capaci di stemperare le tensioni, ma così non è stato. Si percepisce invece un quadro sempre più chiaro: è la politica a dettare chi conta nel mondo dell’arte e della cultura, decidendo arbitrariamente chi può essere considerato artista e chi no, cosa meriti attenzione e cosa debba essere sminuito. Ecco perché verrebbe naturale domandarsi quanto di realmente culturale stia accadendo in questi giorni a Venezia.

Non posso fare a meno di lasciarmi andare a considerazioni più provocatorie: se davvero si volesse adottare criteri etici così stringenti per la partecipazione alla Biennale, allora non sarebbe coerente escludere quegli stati che non rispettano i diritti umani o le libertà fondamentali? Per quale motivo sanzioniamo la Russia o Israele ma chiudiamo un occhio davanti alle nefandezze che caratterizzano gran parte degli stati africani o le politiche autoritarie della Cina? In fondo, sappiamo bene che le vere democrazie al mondo sono poche: restringiamo la partecipazione alla Biennale solo a una decina di paesi che soddisfino criteri ideali?
Facciamo una Biennale del dissenso per portare alla luce tutto ciò che non funziona sul pianeta, altro che opere d’arte e installazioni decorative. Mettiamo da parte chi non ci convince davvero e poi votiamo per l'assegnazione dei premi, passerà alla storia come la Biennale dei Leoni!
A questo proposito, il governo attuale viene spesso etichettato dai media come fascista, e i suoi leader sono continuamente criticati per un passato poco limpido. Con la speranza che capiate il significato della battuta, se vogliamo essere “coerenti”, prendiamo una posizione netta: fuori l’Italia dalla Biennale!