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18/09/19

Suicida imprenditore antimafia. Colleghi giornalisti, eletta schiera, capite cos’è l’antimafia professionale?


Pubblicato Sabato, 02 Marzo 2019 12:01

di Piero Sansonetti (Il Dubbio)

 

Vorrei fare una domanda ai miei colleghi giornalisti che si occupano di giudiziaria e di mafia. Non a tutti. Diciamo a quelli che considerano la cosiddetta antimafia professionale come il vangelo. (E sono la maggioranza stragrande).

 

Cioè quelli che pensanoche sia sacrosanta ogni cosa che dice il Pm, ogni cosa che dice il Gip, ogni cosa che dice l’associazione antimafia, ogni cosa che dice il questore, il capo dei carabinieri, il prefetto, e che non sia neppur lontanamente possibile mettere in discussione quello che dicono i pentiti, cioè questi nuovi eroi della lotta alla criminalità organizzata, che pontificano, spiegano, condannano, assolvono, scagionano, incastrano, si gloriano.

 

Vorrei chiedere a questi miei colleghi, che so che non amano le domande né farle né riceverle - se hanno saputo che il signor Rocco Greco si è sparato, è morto, perchè lui la mafia l’aveva combattuta davvero, senza chiacchiere e bandierine, e si era trovato messo sotto accusa proprio dall’antimafia professionale.

 

Non solo sotto accusa: “sotto persecuzione”. Era stato costretto a ridimensionare l’azienda, a licenziare, a correre verso il fallimento perché lo Stato, al quale in verità della lotta alla mafia non frega pressoché nulla, lo aveva messo al bando e aveva stabilito che non poteva più concorrere agli appalti, sebbene scagionato da tutto: Perché? Perché, insomma, comunque c’era sempre un Pm che non era del tutto convinto, o magari era anche convinto ma in passato qualche sospetto lo aveva avuto.

 

Ecco qui: persecuzione. E’ la parola più appropriata. Rocco Greco era perseguitato dallo Stato, dai prefetti, dal ministero dell’Interno e dal Tar. Lo hanno spinto alla disperazione. Lo hanno rovinato. Forse per distrazione, per sciatteria, forse per rispondere ai cliché dell'antimafia professionale che (come forse sapete) è l’antimafia più diffusa in Italia, la più inutile e dannosa, e anche la più amata dalla mafia vera.

 

Rocco Greco è un eroe. Sì, dico proprio così: un eroe. Bisogna fare molta attenzione quando si usa questa parola. Gli eroi sono pochissimi, nella storia e nella cronica. Non tutte le vittime sono eroi. Gli eroi Sono quelli che sacrificano se stessi e la loro vita, o comunque mettono in giocola loro vita, consapevolmente, per un principio, per vincere una battaglia che non è solo una battaglia personale.

 

Rocco Greco, a quel che sappiamo, si è ucciso per porre fine alla persecuzione e per salvare la sua azienda. La sua azienda era stata abbattuta dallo Stato, per infingardia, e lui ha provato a salvarla col suo coraggio. E si è ucciso, furioso, per denunciare questo sistema assurdo e arrogante delle interdittive e del potere assoluto e incontrollato dello Stato, che sfugge a qualunque controllo e a qualunque giudizio, e demolisce le libertà, l’equità, il mercato libero e i diritti.

 

Torno a chiedere ai miei colleghi (“eletta schiera”, come diceva Guccini…), avete qualcosa da dire? Chiedo anche: domani troverò fiumi di inchiostro sui vostri giornali, per esaltare il sacrificio di Rocco Greco, per condannare lo Stato, per ammettere la follia di un antimafia che è solo burocrazia, privilegio, chiacchiere e distintivo?

 

Temo di no. Temo che questa tragedia sarà inutile, almeno sul piano politico. Che la politica - e il giornalismo e la magistratura - non si mobiliteranno, non chiederanno che sia fermata la follia delle interdittive, la grande ingiustizia dell’antimafia da cortile, il circo barnum dei pentiti. Rocco è finito vittima dei pentiti esattamente come successe quasi quarant'anni fa ad Enzo Tortora. Prima alcuni magistrati, poi i funzionari del ministero, hanno dato retta a questi pentiti e grazie a loro, e in nome loro, hanno perseguitato il signor Greco fino alla morte.

 

Qualcuno capirà, anche tra i miei colleghi, che bisogna fermare questa religione ( questa superstizione) del pentitismo sacro e dell’antimafia divinizzata? Si deciderà a fare giornalismo vero, di inchiesta, e quindi non limitarsi a copiare le carte delle Procure, ma indagare e denunciare i soprusi della mafia e quelli dello Stato? Qualcuno, qui a Roma, nei palazzi della politica, si deciderà a prendere in considerazione la possibilità che il sistema dei prefetti (e del potere che hanno) è un rimasuglio dell’ottocento, e va abolito o almeno riformato? E accetterà l’idea che bisogna frenare l’invasione di un el sospetto di Stato sul mercato e sulla libertà di impresa?

 

O siamo condannati ad assistere ancora, chissà a quanti casi Greco (e casi Tortora) dei quali magari non sapremo mai nulla, perché molti poveretti non hanno la fortuna ( che non è bastata) di incontrare in Tribunale e poi in appello e in Cassazione dei giudici intelligenti e onesti. A Greco questa fortuna è capitata, ed è stato assolto, assolto e poi assolto. Ma non è servito niente.

 

Ai burocrati delle assoluzioni non interessava niente. Cosa interessava? Boh. Forse esercitare il potere.

 

da Il Dubbio

 

 



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