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08/07/26

L'Africa non ha bisogno di aiuti, ma di investimenti


Categoria: ESTERI
Pubblicato Martedì, 07 Luglio 2026 17:05
  • Anna Mahjar-Barducci

 

 

 

Gli aiuti internazionali hanno portato più danni che benefici ai Paesi africani. In un’analisi del 1986 ancora oggi attuale, intitolata The Continuing Failure of Foreign Aid, il noto scrittore americano James Bovard afferma: «Gli aiuti esteri hanno raramente realizzato qualcosa che i Paesi non avrebbero potuto fare da soli. Al contrario, spesso hanno incoraggiato le peggiori tendenze dei governi beneficiari, contribuendo a finanziare programmi e politiche che hanno affamato migliaia di persone e compromesso economie già fragili.»

 

Bovard sottolinea inoltre come gli aiuti abbiano finanziato al tempo stesso burocrati «corrotti, invadenti e strapagati» ed «elefanti bianchi»: cementifici inutilizzati, centri congressi quasi deserti, strade abbandonate. «Gli aiuti esteri», scrive, «hanno incoraggiato i governi del Terzo Mondo a fare affidamento sulle elemosine invece che sulle proprie capacità di sviluppo. Per quanto irresponsabile, corrotto o oppressivo possa essere un governo del Terzo Mondo, c’è sempre qualche governo occidentale o organizzazione internazionale pronta a concedergli qualche altro milione di dollari.»

 

Dopo decenni di finanziamenti occidentali ai governi africani, la situazione del continente continua a peggiorare e, di conseguenza, aumenta anche l’immigrazione verso i Paesi occidentali. Nonostante ciò, i leader europei continuano a proporre vecchie ricette per favorire lo sviluppo dell’Africa, come il lancio di un «Piano Marshall per l’Africa». Tuttavia, tali iniziative non sviluppano né rafforzano realmente l’economia africana.

 

Gli aiuti esteri possono essere efficaci in situazioni di emergenza, come calamità naturali o carestie, ma falliscono completamente nel promuovere uno sviluppo economico sostenibile.

 

Nella maggior parte dei casi, i benefici derivanti dai progetti di cooperazione allo sviluppo durano soltanto per il periodo di vita del progetto e tendono a scomparire negli anni successivi. Inoltre, gli aiuti internazionali non arrivano direttamente alla popolazione affamata, bensì ai governi. La conseguenza diretta è l’espansione del ruolo dello Stato nell’economia dei Paesi beneficiari, senza offrire incentivi allo sviluppo del settore privato.

 

Il commentatore ugandese Andrew M. Mwenda afferma che esistono «scarse prove del fatto che gli aiuti esteri favoriscano la crescita economica nei Paesi africani». Secondo Mwenda, «il buon governo non nasce dall’altruismo, ma da un illuminato interesse personale. Gli aiuti esteri alterano l’evoluzione di questo rapporto. Invece di costruire un rapporto produttivo con i propri cittadini, i governi trovano più conveniente negoziare entrate provenienti dall’estero.»

 

Per quanto riguarda l’efficacia dello stesso Piano Marshall in Europa, l’economista americano Tyler Cowen sostiene che si tratti di «un mito moderno». Secondo Cowen, l’Europa si sarebbe comunque ripresa, con o senza il Piano Marshall, e non esistono prove convincenti che sia stato proprio questo programma a determinare la crescita economica europea. Gli aiuti statunitensi, infatti, non superarono mai il 5% del PIL dei Paesi beneficiari. Come osserva Cowen: «L’ammontare degli aiuti era minimo rispetto alla crescita che si verificò negli anni Cinquanta

 

L’economista sottolinea inoltre che l’Europa del dopoguerra disponeva già di economie industrializzate e fortemente integrate. In Africa, invece, tali condizioni non esistono. Il continente deve costruire istituzioni e infrastrutture praticamente da zero, e non semplicemente ricostruire ciò che è stato distrutto, come avvenne nell’Europa del secondo dopoguerra. Inoltre, gli aiuti esteri e un ipotetico Piano Marshall favoriscono soprattutto lo statalismo, piuttosto che la libera impresa e la libertà economica.

 

Nel suo bestseller del New York Times, Dead Aid: Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way for Africa, l’economista zambiana Dambisa Moyo spiega che l’Occidente trasferisce denaro ai governi africani principalmente in due forme: prestiti a tassi agevolati (ossia prestiti concessi a interessi inferiori a quelli di mercato e con scadenze molto più lunghe del normale) e sovvenzioni a fondo perduto.

 

Secondo Moyo, però, la vera questione è capire fino a che punto i governi beneficiari percepiscano realmente questi prestiti (spesso concessi a condizioni estremamente favorevoli e frequentemente condonati) come qualcosa di diverso dalle sovvenzioni senza obbligo di restituzione. Per questo motivo, gli aiuti dovrebbero essere definiti come «la somma totale dei prestiti agevolati e delle sovvenzioni», un sistema destinato a creare una cultura della dipendenza e dell’inerzia economica.

 

Moyo sottolinea inoltre: «Gli aiuti sostengono governi corrotti, fornendo loro denaro liberamente utilizzabile. Questi governi corrotti compromettono lo Stato di diritto, la creazione di istituzioni civili trasparenti e la tutela delle libertà civili, rendendo poco attraenti sia gli investimenti nazionali sia quelli esteri nei Paesi poveri. Maggiore opacità e minori investimenti riducono la crescita economica, con conseguente diminuzione delle opportunità di lavoro e aumento della povertà. Di fronte a una povertà crescente, i donatori concedono ulteriori aiuti, alimentando così una spirale discendente della povertà.»

 

Se la soluzione consiste nell'abbandonare gli aiuti esteri, quale potrebbe essere l’alternativa?

 

Per Moyo, la risposta è puntare soprattutto sugli investimenti diretti esteri.

 

Secondo l’economista, questa opportunità proviene dalla Cina, laddove l’Occidente ha fallito. Le multinazionali cinesi stanno investendo nel continente africano, costruendo infrastrutture, delocalizzando produzione e manodopera, in cambio dell’accesso alle risorse naturali.

 

È indubbio che la Cina tragga vantaggio dall’Africa e che venga accusata di praticare una «diplomazia della trappola del debito». Tuttavia, ci si può chiedere se l’Occidente abbia davvero fatto di meglio. L’Occidente ha utilizzato gli aiuti esteri per mantenere il continente in una condizione di dipendenza, rendendolo improduttivo e subordinato. In questo modo ha conservato la propria influenza, poiché gli aiuti hanno finanziato i leader corrotti africani lasciando, nel contempo, la popolazione nella povertà e senza prospettive.

 

Secondo Moyo, gli investimenti diretti cinesi, quantomeno, contribuiscono a mettere il cibo nei piatti dei bambini affamati. Oggi l’Occidente guarda con preoccupazione al fatto che molti Paesi africani stiano aderendo ai BRICS, un’organizzazione che promuove commercio e cooperazione ma è dominata da Paesi non democratici.

 

L’Occidente, tuttavia, dovrebbe interrogarsi sulle proprie politiche. Le strategie fondate sugli «aiuti» non solo hanno contribuito a rendere l’Africa più povera, ma l’hanno anche oggi lasciata in mano alla Cina non-democratica. L’Occidente deve capire che l’Africa ha bisogno di investitori che favoriscano la nascita di una cultura imprenditoriale, non di aiuti esteri che alimentino dipendenza economica e subordinazione politica.

 

 

(foto da www.lattenews) 

 

 



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