Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

18/04/19

Vedere per capire: riflessioni su prospettive di pace in Medioriente. Conferenza di Marco Paganoni


Pubblicato Giovedì, 15 Maggio 2014 09:36
  • Elena Lattes

In tanti sostengono di sapere qual'è la soluzione e il più delle volte si sente dire che l'unica, e a portata di mano, è due Stati per due popoli”. Questa la riflessione da cui è partito l' intervento di Marco Paganoni, docente universitario, direttore del portale Israele.net e, negli anni Novanta del bollettino NES Notizie e Stampa, invitato dall'Associazione Romana Amici d'Israele in occasione dell'iniziativa promossa dalla Federazione Nazionale di celebrare il sessantaseiesimo anniversario dell'indipendenza dello Stato mediorientale con una serie di conferenze dedicate all'informazione e all'attualità organizzate nelle varie sedi locali

 

Vista la serietà e la ampiezza dell'argomento, le poco più di due ore si sono rivelate purtroppo insufficienti per sviscerare i vari aspetti della questione, dalle ragioni delle due parti al comportamento dei media e della pubblica opinione europea e americana.

 

Una delle voci più ricorrenti nel nostro continente afferma che se i colloqui di pace sono arenati è per la scarsa volontà israeliana, ignorando la forte contraddizione che esiste in campo palestinese: “Se è vero – spiega Paganoni – che i palestinesi soffrono sotto un'occupazione che, a dire di alcune correnti occidentali, erode il territorio e opprime la popolazione, dovrebbero avere tutta l'urgenza di arrivare ad un accordo definitivo. Solitamente non è la parte debole a porre condizioni, a puntare i piedi, perché dovrebbe avere tutto l'interesse a concludere velocemente gli accordi per arrivare ad una totale indipendenza, come fu per i sionisti nel 1947-48 che, nonostante i grossi sacrifici (come ad esempio l'internazionalizzazione di Gerusalemme) accettarono la spartizione”.

 

L'Autorità Palestinese dimostra invece di non avere alcuna fretta, poiché vive sugli aiuti internazionali che, naturalmente non sarebbero così copiosi una volta conclusi i colloqui.

 

Neanche il governo di Netanyahu sembra premere sull'acceleratore, ma, sostiene Paganoni, a frenare Israele non è una presunta scarsa volontà di arrivare ad una pace concordata, bensì la prudenza dettata soprattutto dall'instabilità dell'intero mondo arabo. In tutto il Medio Oriente, con rarissime eccezioni, impazzano guerre civili e tribali con terribili assedi e massacri di donne e bambini inermi. L'israeliano medio, quindi è portato a chiedersi: “Se fanno questo ai loro fratelli, cosa potrebbero fare a noi, se non fossimo in grado di difenderci?”.

 

Un altro problema è l'instabilità governativa. In Egitto, ad esempio, in tre anni si sono succeduti tre regimi diversi, non tre governi democratici alternatisi con elezioni libere, ma forme politiche autoritarie salite praticamente con colpi di Stato. In questa situazione gli accordi di pace di Camp David, raggiunti fra Begin e Sadat sono stati più volte messi in pericolo.

 

Anche i palestinesi stessi sono divisi, fra Hamas, Fatah e piccole organizzazioni loro satelliti. Chi potrebbe rassicurare gli israeliani sull'affidabilità e solidità degli accordi con una di queste fazioni?

 

Israele ha imparato a proprie spese che non può nemmeno fidarsi delle promesse dei suoi alleati più vicini, come gli Stati Uniti. Fra tutti, basti ricordare l'esempio del Presidente Eisenhower che promise nel 1956 un intervento militare in caso di minaccia egiziana nel Sinai, in cambio del ritiro da parte di Israele dalla penisola appena occupata.

 

Ebbene, l'esercito di Gerusalemme si ritirò, ma nel 1967 quando i carri armati egiziani occuparono il Sinai, gli Stati Uniti non intervennero e Israele fu costretto ad agire da solo contro gli eserciti che si erano ammassati lungo i suoi confini.

 

Oggigiorno, sebbene quasi tutto il territorio israeliano sia sotto tiro di Hezbollah o di Hamas, le sue città sono protette da un potente sistema antimissile computerizzato che intercetta i lanci a breve e a lunga gittata. Lo Stato potrebbe fronteggiare quindi, almeno parzialmente e con costi elevatissimi, le minacce provenienti dal Libano, da Gaza e dall'Iran, ma a causa della mancanza di simili apparecchiature per intercettare i missili a media gittata, non è ancora in grado di difendersi da ipotetici attacchi egiziani, siriani o iraqeni.

 

Paganoni è poi passato a sfatare alcuni miti, fra i quali il più insidioso è quello secondo cui Israele ruberebbe progressivamente la terra palestinese. “La spiegazione per mappe è sempre incompleta, non tiene conto dei vari contesti e soprattutto saltano importanti passaggi storici che dimostrano il contrario di quel che si vuole far credere.” E conclude: “La richiesta israeliana agli arabi, soprattutto  palestinesi, di riconoscere l'ebraicità dello Stato va a stanare il retropensiero della terra come proprietà esclusivamente della umma islamica”.

 

 



Nuova Agenzia Radicale - Supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali
Direttore Giuseppe Rippa, Redattore Capo Antonio Marulo, Webmaster: Roberto Granese
Iscr. e reg. Tribunale di Napoli n. 5208 del 13/4/2001 Responsabile secondo le vigenti norme sulla stampa: Danilo Borsò