Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

07/05/26

Dodici milioni di SI al referendum: formidabile piattaforma per rimuovere i recinti che ci tengono lontani da una democrazia matura


Categoria: EDITORIALI E COMMENTI
Pubblicato Sabato, 02 Maggio 2026 08:55
  • Luigi O. Rintallo

Non si comprende a pieno il significato dell’ultimo risultato referendario sulle modifiche del CSM se non lo si collega a quello del precedente referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari. Tanto la prevalenza dei SI nel 2020, quanto quella dei NO sei anni dopo rispondono in definitiva a un identico disegno restaurativo volto a garantire il continuismo delle oligarchie dominanti.

 

La stessa distribuzione dei voti pare confermarlo, con le stesse aree territoriali e sociali (Meridione e periferie urbane) in entrambi nettamente in prima posizione nelle percentuali maggioritarie. Lascia pertanto dubbiosi l’attribuzione ai NO odierni di una spinta al cambiamento, proveniente dai settori più avanzati e moderni della cosiddetta “società civile” come invece asserito dai giornalisti embedded nella campagna che ha preceduto la consultazione.

 

Già sei anni addietro segnalavamo come il taglio dei parlamentari rappresentasse la tappa finale di un sistematico processo di limitazione della sovranità popolare, cominciato coi referendum elettorali all’inizio degli anni ’90 che espropriarono di fatto gli elettori di una reale incidenza nelle scelte.

 

Anche la mancata riforma degli ordinamenti giudiziari  va nella direzione di cedere sempre maggiori spazi di manovra a soggetti o corporazioni autoreferenziali e, in questo senso, contribuisce a restringere gli orizzonti per un allargamento della democrazia partecipata. Ne vediamo gli ultimi effetti in questi giorni, con la deriva sempre meno contenibile di strappi e lacerazioni che destrutturano persino la tenuta delle istituzioni, quasi che quel voto abbia come dato la stura a un senso di onnipotenza irresponsabile da parte di entità (di natura tecnica e privi di una investitura popolare) che ambiscono a esercitare poteri svincolati da ogni limitazione e controllo.

 

Sul Partito Democratico pesa la scelta, dettata da opportunismo, di aver assecondato il disegno di devitalizzare qualunque intento riformatore spingendo molti elettori sulla china dell’anti-politica. Come accaduto in precedenza, anche stavolta il partito di Largo Nazareno ha ribaltato le sue posizioni e ha preferito inseguire i 5Stelle incatenandosi alla zavorra della demagogia giustizialista, che è da considerarsi come il primo impedimento a quel dinamismo sociale tanto necessario per il nostro Paese.

 

Una scelta che testimonia una condizione di subalternità e che dà copertura alla strategia di fondo dell’establishment italiano, cui preme soprattutto la salvaguardia dei suoi interessi sempre più contrastanti con quelli generali.

 

Accettando il connubio con tali interessi, il PD ha abdicato alle sue stesse ragioni fondative e si accoda all’ambiguo camaleontismo del partito di Giuseppe Conte, catalizzatore del coacervo di pressioni e ambizioni provenienti da apparati che agiscono in proprio, disarticolando le funzioni essenziali di cui sono parte essenziale. 

 

La riforma della giustizia è, per questi motivi, eminentemente una questione politica: su di essa si colloca il discrimine per battere il disegno restaurativo e rimuovere i recinti che ci tengono lontani da una democrazia matura. Non averlo compreso è la prima ragione della sconfitta subita il 22-23 marzo.

 

Al Centrodestra che ha provato a motivarla con l’eccesso di politicizzazione della campagna promossa dalle opposizioni, va obiettato che è stata proprio la pretesa di farne un passaggio quasi ininfluente l’errore che andava evitato. Un errore dovuto al fatto che le forze politiche che lo compongono (al pari di quelle del cosiddetto Campo largo) sono denutrite di valori e principi liberali e di certo è ben difficile vincere una battaglia liberale in queste condizioni.

 

Senza cedere a letture consolatorie, il fatto che vi siano stati oltre dodici milioni di SI rappresenta una formidabile piattaforma per costruire le basi di un difficile percorso per contrastare i rischi insiti da un lato nelle tentazioni di instaurare una democrazia vigilata e, dall’altro, nelle resistenze conservatrici di uno status quo oramai insostenibile per le mutate situazioni internazionali in cui ci troviamo.

 

Fra i votanti è quasi raddoppiato, rispetto ai referendum radicali del 2022, il numero di coloro che invocano una riforma profonda della giustizia, consapevoli che senza di essa non vi sarà la svolta necessaria a scongiurare il declino. Hanno avuto contro sia l’accanimento di una sinistra che ha ipotecato il suo patrimonio ideale per riproporre deliri giacobini, sia l’indifferenza e l’assenza di una destra fuori parte nella difesa dei principi liberali. Sapere che ci sono fa bene all’Italia.

 

 



Nuova Agenzia Radicale - Supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali
Direttore Giuseppe Rippa, Redattore Capo Antonio Marulo, Webmaster: Roberto Granese
Iscr. e reg. Tribunale di Napoli n. 5208 del 13/4/2001 Responsabile secondo le vigenti norme sulla stampa: Danilo Borsò