di Raffaele Cascone
Nel 1933, mentre l’Europa scivolava verso l’abisso, lo psicoanalista e teorico sociale Wilhelm Reich pubblicò un libro (Psicologia di massa del fascismo (in tedesco Die Massenpsychologie des Faschismus) destinato a disturbare tanto la destra quanto la sinistra. Nel libro Reich poneva una domanda scomoda: perché intere popolazioni finiscono per sostenere movimenti politici che, alla fine, le umiliano, le sfruttano e le distruggono?
La sua risposta non chiamava in causa soltanto l’ignoranza o la manipolazione cinica delle élite. Reich sosteneva che i movimenti autoritari hanno successo quando riescono a risuonare con strutture emotive già presenti nella vita quotidiana, strutture plasmate dalla paura, dalla repressione sessuale, da una morale rigida, dall’insicurezza economica e dal desiderio di ordine di fronte al caos. Il fascismo, scriveva, non viene imposto solo dall’alto. È co-prodotto dal basso. A quasi un secolo di distanza, le tecnologie sono cambiate. L’incantesimo, molto meno.
Dalla voce della radio al feed algoritmico
Negli anni Trenta, il fascismo seppe dominare i media più potenti dell’epoca: la radio, le adunate di massa, lo spettacolo sincronizzato, l’autorità ipnotica della voce amplificata. Questi strumenti annullavano la distanza tra il leader e l’ascoltatore, aggirando la riflessione critica e stimolando direttamente l’affettività, orgoglio, risentimento, paura, senso di appartenenza.
Oggi gli equivalenti sono più intimi e pervasivi. Lo smartphone non si limita a trasmettere: apprende. Gli algoritmi selezionano l’indignazione, premiano la certezza e amplificano contenuti emotivamente carichi a scapito della complessità. Reich lo avrebbe probabilmente riconosciuto subito, non come una cospirazione, ma come un’affinità strutturale tra sistemi mediatici e psicologia di massa.
Allora come oggi, il mezzo eccelle nel ridurre l’ambiguità. Il mondo diventa leggibile attraverso nemici, slogan e catene causali semplificate. La complessità appare come un tradimento; il dubbio come una debolezza.
La retorica come ingegneria emotiva
Reich osservava che la retorica fascista raramente persuade attraverso argomentazioni razionali. Mobilita invece tramite l’identificazione emotiva. Il leader non parla alle masse, ma come le masse ventriloquizzando le loro frustrazioni mentre promette una purificazione. Questo schema resta sorprendentemente attuale.
La retorica populista contemporanea tende a trasformare la politica in un dramma morale più che in un’impresa pragmatica. La nazione viene immaginata come un corpo ferito; i dissidenti diventano patogeni; il compromesso viene descritto come contaminazione. Nei termini di Reich, questa retorica attiva ciò che egli chiamava “corazza caratteriale”: rigidità emotive difensive formatesi sotto una pressione sociale prolungata.
Una volta attivata, la corazza resiste alle verifiche delle prove. I fatti rimbalzano. Le contraddizioni rafforzano la credenza. Più l’affermazione è implausibile, più può esigere devozione, perché la devozione stessa diventa la prova dell’appartenenza.
Il conforto della navette
L’intuizione più inquietante di Reich era che la naïveté di massa non è un difetto di intelligenza. È un rifugio psicologico contro l'angoscia dell'incertezza e della confusione anche contro quella che derivative dalla saturazione mediatica.
I movimenti autoritari promettono sollievo dal conflitto interiore. Offrono certezza al posto dell’ambivalenza, identità al posto dell’ansia, obbedienza al posto della responsabilità. Nei momenti di rapido cambiamento sociale, precarietà economica, sconvolgimenti tecnologici, dislocazioni culturali, questo sollievo può risultare irresistibile.
Gli ecosistemi mediatici odierni intensificano questa dinamica. L’esposizione continua alla crisi senza possibilità di agire produce esaurimento emotivo. Le narrazioni semplicistiche offrono riposo. Un uomo forte che promette di “risolvere tutto” funziona meno come soluzione politica e più come sedativo psichico.
Reich avvertiva che questo sedativo ha un prezzo: l’erosione progressiva dell’autonomia, dell’empatia e della capacità di verifica della realtà.

La storia si ripete?
La storia non si ripete, ma fa rima e talvolta canticchia la stessa melodia in una tonalità diversa.
Le condizioni degli anni Trenta, disoccupazione di massa, orgoglio nazionale ferito, rivoluzioni tecnologiche, non coincidono con le nostre. Ma il clima emotivo mostra parallelismi inquietanti: un diffuso senso di umiliazione, una sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di leader che promettono restaurazione più che riforma.
Reich metterebbe probabilmente in guardia contro la compiacenza. Il fascismo, nella sua lettura, non è un’anomalia confinata a un’epoca o a un’ideologia. È una possibilità latente delle società di massa ogni volta che la vita emotiva viene sistematicamente compressa e la paura diventa politicamente utile.
L’antidoto immaginato da Reich.
Reich non credeva che l’antidoto al fascismo risiedesse soltanto in argomenti migliori o nel fact-checking. Chiedeva una trasformazione della vita quotidiana: educazione più libera, salute sessuale, dignità economica, alfabetizzazione emotiva. In breve, condizioni in cui le persone non avessero più bisogno di fantasie autoritarie per gestire la propria vita interiore.
Che si condividano o meno tutte le sue conclusioni, il monito centrale di Reich resta attuale: la democrazia non sopravvive soltanto grazie ad affirmazioni di principio, auspici e moniti di correttezza procedurali Dipende dalle capacità psicologiche dei cittadini, dalla loro tolleranza dell’ambiguità, dalla loro capacità di regolare la paura, dalla disponibilità a restare in contatto con la realtà anche quando è scomoda.
Nell’epoca dei feed infiniti e dell’indignazione permanente, potrebbe essere questo il compito civico più difficile di tutti, e anche il più urgente. I grandi poteri e le delinquenze organizzate operano e pensano in modo sistemico, processuale e non etico. Le masse secondo la causalità semplificata e lineare.