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20/08/22

Gian Maria Tosatti ai Magazzini Generali del porto di Napoli


Categoria: MOSTRE
Pubblicato Giovedì, 09 Luglio 2015 15:35

Il racconto di un pomeriggio d’estate può contenere anche qualche stimolo di curiosità. Il tutto nasce visitando l’istallazione nei Magazzini Generali del porto di Napoli di Gian Maria Tosatti, un giovane performer. Promotori due galleristi di vaglia, Lia Rumma e Giuseppe Morra.

 

Ad attendermi fuori, previa prenotazione, un simpatico ragazzo di colore. È Ibhraim che mi guida verso una vecchia porta di legno, chiusa da un catenaccio. Devo andare da sola – mi dice - ma, se voglio, può accompagnarmi. Apre la porta, entro, e la rinchiude alle mie spalle.  Davanti a me, nella semioscurità, c’è un gabbiotto. Ha, sulla parete di fronte, radiografie di un corpo umano: cranio, torace, mani ecc..

 

C’è, su una mensola, una vecchia macchina da scrivere Olivetti impolverata e una calcolatrice, di quelle a manovella, vicino c’è un giornale,  Il Mattino del giugno 1980.  Ci sono, accatastati per terra lungo una parete, dei fascicoli, distinguo alcuni della Manifattura Tabacchi degli anni 60, buttati là, perché inutili documenti di una storia passata. Viene in mente quella canzone di Gabriella Ferri, la cantante romana che ora non c’è più: “…anche tu, così presente.. anche tu scomparirai, come un vecchio ritornello che nessuno canta più…”. Mentre mi si chiarisce l’impostazione del messaggio dell’artista Tosatti: memento mori, pensa a cose serie.

 

Vado oltre. Salgo al primo piano per scale polverose e entro, nella penombra,  in un immenso stanzone. Su un lato vi sono delle aperture tappate da reti metalliche. Vi entrano, attraverso, l’immagine di un mare grigio, in movimento, e i rumori, alterati,  del porto in lontananza, come fossero le voci stesse di questo stanzone. Vi è stato buttato, sul pavimento sconnesso, terriccio o sabbia, a mucchi irregolari, che danno incertezza al passo, vi posso cadere, e insicurezza in sé stessi. Vado, tuttavia, fino in fondo, alla luce incerta delle lucette qua e là lungo le pareti. Torno indietro.

 

C’è ancora altro da vedere, devo salire al secondo piano, per delle scalinate sconnesse dagli alti gradini. Mi manca il fiato, è la paura che mi ha preso. Sopra, un altro immenso stanzone, con un selciato più regolare. E’ uguale per grandezza al precedente, ma mi appare ancora più grande. Due sedie, una qua, una là, poi mi accorgo che sono sfondate, suggeriscono la presenza di qualcuno che non si vede ma c’è.

 

C’è anche una campana, grande, con una corda lunga fino a terra, che Ibrhaim (confesso che prima di entrare al secondo piano, l’ho chiamato a farmi compagnia) fa suonare. Un suono bellissimo, che dura a lungo. Ibrhaim  resta all’ingresso, anzi nella penombra non lo vedo più, io vado avanti.  Noto delle teche con degli scheletri di uccelli morti (sono stati trovati qui - mi dirà Ibrhaim). Vi sono anche, su bassi tavolini,  dei lumini di cera, che mi sembrano quelli che si trovavano a Napoli per le anime del purgatorio.

 

Ma devo andare in fondo. Mi attira una luce che viene dalla finestra di un gabbiotto. Arrivo in una stanza con un lettino, forse c’era un malato, con una coperta e un bianco lenzuolo rimboccato, un tavolino con un apparecchio per aerosol. Ora il malato non c’è, o forse non è più tra noi, come si dice. Sul pavimento c’è una botola, coperta da una inferriata.

 

Mi ci affaccio a vederne il fondo: è un cielo azzurro carico, con delle nuvole bianche: bello. Dal grigio dei piani inferiori si può giungere a questo cielo che, forse, è nel profondo di noi. Torno indietro verso Ibrhaim, che ora distinguo, si è staccato dal finestrone che lo nascondeva. Cerco di leggere delle grandi scritte dorate, in alto sulla parete. Non ci riesco del tutto. Forse si tratta di un pensiero edificante.

 

Usciamo. Saluto Ibrhaim e vado via. Affronto la città attraversando strade con auto che sfrecciano veloci al semaforo verde, e non solo. Ma non mi spaventano. L’installazione di Tosatti mi ha dato emozioni profonde, mi ha fatto anche provare a tratti un senso di paura. Ma così ora qualche paura l’ho vinta.

 

Adriana Dragoni

 

 



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